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Foggia:Campo largo, risultati stretti il Pd arretra e le alleanze falliscono l’obiettivo

Nel laboratorio politico della Capitanata, l’operazione del cosiddetto “Campo largo” mostra più crepe che risultati. I numeri, come spesso accade, raccontano una verità meno negoziabile delle dichiarazioni di facciata: il Partito Democratico arretra, perdendo un seggio rispetto alla precedente consiliatura, mentre il Movimento Cinque Stelle mantiene una posizione sostanzialmente invariata, ma al prezzo di una rinuncia pesante — quella alla vicepresidenza, che sarebbe stata blindata grazie all’accordo con Nobiletti.
Eppure, a uno sguardo superficiale, il fronte progressista potrebbe rivendicare un primato: con 30.651 voti ponderati, si conferma come la lista più votata. Ma si tratta di una vittoria più simbolica che sostanziale. In un’elezione di secondo livello, dove il peso politico conta quanto — se non più — del consenso numerico, non riuscire a tradurre il vantaggio in posizioni strategiche evidenzia un limite strutturale dell’alleanza.

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Se il “campo largo” non convince fino in fondo, ancora più deludente appare l’esperimento parallelo del rassemblement civico e centrista. L’unione tra il movimento “Con” di Rosario Cusmai, Azione-Tempi Nuovi di Sergio Clemente e l’area civica guidata da Antonio Tutolo nasceva con l’ambizione di rappresentare una terza via credibile, capace di incidere negli equilibri del consiglio. Tuttavia, anche in questo caso, il risultato finale è inferiore alle aspettative.

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Il confronto con il passato è impietoso: nel 2024 gli “emilianisti” avevano conquistato tre seggi, mentre oggi si fermano a due eletti. Un arretramento che pesa, soprattutto alla luce di un risultato elettorale dei civici che, preso singolarmente, potrebbe essere considerato più che dignitoso. Ma la politica non premia le somme aritmetiche se manca una sintesi politica efficace. L’aggregazione, anziché amplificare la forza dei singoli, sembra averne diluito l’impatto.

In questo scenario, emerge una sensazione diffusa: quella di un’occasione mancata. Le alleanze costruite per rafforzare la rappresentanza e aumentare il peso decisionale si sono rivelate fragili, incapaci di trasformare il consenso in potere concreto. Il risultato è un quadro frammentato, dove nessuno dei protagonisti può dirsi davvero vincitore.

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E mentre il dibattito interno alle coalizioni è destinato a intensificarsi, resta sullo sfondo anche una dimensione più politica e meno numerica: quella del riconoscimento personale. Come sottolineato anche da alcune voci del territorio, l’impegno profuso — in particolare da figure come Cusmai — meriterebbe un segnale, un riconoscimento tangibile. Non solo per una questione individuale, ma per evitare che il lavoro politico venga percepito come sterile o, peggio, inutile.

In definitiva, la tornata elettorale consegna una lezione chiara: le alleanze, per funzionare, devono essere più di semplici somme di sigle. Senza una visione condivisa e una strategia coerente, anche le operazioni più ambiziose rischiano di trasformarsi in esercizi incompiuti

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