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Foggia:Camilla Di Pumpo, la giustizia che non arriva oltre quattro anni dopo, un altro capitolo in aula


FOGGIA – Oltre quattro anni e mezzo dopo la morte di Camilla Di Pumpo, la vicenda giudiziaria non è ancora arrivata al suo epilogo. Nei giorni scorsi nelle aule del tribunale di Foggia, si aperto un nuovo capitolo del procedimento “satellite” nato dallo stralcio della posizione di Francesco Pio Cannone, il giovane che quella sera del 26 gennaio 2022 era alla guida dell’Audi A4 coinvolta nel tragico incidente costato la vita alla giovane avvocata foggiana.
Camilla morì nello schianto tra la sua Fiat Panda e l’Audi, avvenuto in via Matteotti. Per la morte della ragazza il procedimento nei confronti di Cannone si è già concluso: il giovane aveva scelto il rito abbreviato, era stato condannato in primo grado a cinque anni e due mesi, pena poi ridotta in appello a quattro anni. La condanna è diventata definitiva dopo la pronuncia della Cassazione dello scorso febbraio.

Ma per gli altri imputati la storia giudiziaria è ancora in corso.

Nei giorni scorsi si è svolto un procedimento in aula di Michele Cannone, padre di Francesco, e dei due giovani Rocco Pio Curci e Simone Rendine, che quella sera si trovavano a bordo dell’Audi. Le loro posizioni sono state trattate separatamente con rito ordinario.

Al centro del processo ci sono le circostanze successive all’incidente e, in particolare, la presunta falsa ricostruzione fornita agli agenti della polizia locale sull’identità della persona alla guida dell’Audi.

Secondo quanto contestato dalla Procura di Foggia nell’avviso di conclusione delle indagini, Michele Cannone avrebbe raggiunto il luogo dell’incidente dichiarando di essere stato lui alla guida del veicolo. Sempre secondo la prospettazione accusatoria, Curci e Rendine avrebbero concorso nella ricostruzione destinata a indicare nel padre il conducente dell’auto, anziché nel figlio Francesco.

Nell’originaria imputazione, i due giovani erano inoltre accusati di favoreggiamento, per avere – secondo l’accusa – contribuito ad aiutare Francesco Cannone a eludere le indagini.

Si tratta, è bene ricordarlo, di contestazioni dell’accusa che dovranno essere valutate nel corso del processo e sulle quali spetterà ai giudici pronunciarsi.

Quattro anni e mezzo dopo, ancora in aula
È proprio il tempo trascorso a rendere questa vicenda particolarmente dolorosa per la famiglia di Camilla.
Dal 26 gennaio 2022 sono passati più di quattro anni e mezzo. In questo periodo una parte del procedimento è arrivata a una sentenza definitiva, mentre l’altro filone giudiziario è ancora impegnato nella fase dibattimentale.

Per una famiglia che ha perso una figlia, una sorella, una giovane professionista nel pieno della vita, il calendario delle udienze può trasformarsi in una seconda forma di attesa: ogni convocazione riapre una ferita, ogni rinvio allontana ancora una volta il momento della parola definitiva della giustizia.

Non significa che la giustizia debba essere sommaria. Al contrario, un processo ha bisogno di accertamenti, garanzie e tempi necessari a verificare responsabilità e ricostruzioni. Ma esiste anche l’altra faccia della medaglia: quando un procedimento si trascina per anni, il tempo diventa inevitabilmente parte della sofferenza di chi aspetta una risposta.

La rabbia della madre
Alla vigilia dell’udienza, Roberta Abbruzzese, madre di Camilla, ha affidato ai social tutta la propria amarezza.
Ha annunciato che sarebbe stata ancora una volta in aula, davanti agli imputati, e ha descritto il peso di dover ascoltare quelle che considera “assurdità” e “bugie”, mentre per la sua famiglia, dopo la morte di Camilla, “tutto si è fermato”.

Parole che restituiscono la dimensione umana di un procedimento che, nelle carte giudiziarie, è fatto di contestazioni, verbali, testimonianze e udienze, ma che per la famiglia della vittima rappresenta soprattutto un dolore che non ha mai smesso di essere presente.

La madre continua a chiedere tre parole: verità, giustizia e legalità.

Due procedimenti, una stessa tragedia
Il processo odierno non riguarda direttamente la responsabilità per la morte di Camilla già definitivamente accertata nei confronti di Francesco Pio Cannone. Riguarda invece le condotte che, secondo l’accusa, sarebbero state poste in essere nelle immediatezze dell’incidente per ostacolare o deviare le indagini sull’identità del conducente dell’Audi.
È un procedimento distinto, dunque, ma inevitabilmente legato a quella notte e alla tragedia che ne seguì.

E proprio questa separazione rende ancora più evidente una domanda che resta sullo sfondo: quanto deve aspettare una famiglia prima di poter considerare davvero conclusa una vicenda giudiziaria?

La risposta non può essere affidata alla fretta, perché la giustizia ha bisogno di regole e garanzie. Ma neppure può essere ignorato il problema della durata dei procedimenti, soprattutto quando dietro le carte ci sono persone che da anni attendono una conclusione.

Nei giorni scorsi , a Foggia, si è tornati dunque in aula. Altri esami, altre dichiarazioni, altre pagine di verbali.

Per la famiglia Di Pumpo, però, non è semplicemente un’altra udienza.

È un altro giorno trascorso senza Camilla e un altro passo, ancora incompiuto, verso la conclusione di una vicenda giudiziaria che dura da oltre quattro anni e mezzo.

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