Lecce:Insulti omofobi nei brogliacci, l’inchiesta finisce in archivio. Ma il caso non è chiuso
Per il giudice Pietro Errede arriva un doppio esito favorevole: dopo il proscioglimento, anche l’archiviazione delle residue ipotesi di reato. Resta però l’ombra delle espressioni offensive usate nelle intercettazioni e il nodo dell’imparzialità di chi indagava.
La parola fine sul procedimento penale non cancella gli interrogativi sulle indagini
L’inchiesta sul Tribunale di Lecce perde uno dei suoi capitoli più importanti. Per il giudice Pietro Errede arrivano infatti l’archiviazione delle residue ipotesi di reato e, già nei mesi scorsi, il proscioglimento disposto in udienza preliminare. Un doppio passaggio giudiziario che ridimensiona in maniera significativa un procedimento che aveva avuto enorme clamore mediatico e che aveva coinvolto magistrati, professionisti e procedure fallimentari.
Il pm di Potenza Vincenzo Montemurro, competente per i reati eventualmente commessi dai magistrati salentini, ha chiesto e ottenuto dal gip l’archiviazione delle accuse residue nei confronti di Errede, ritenute infondate.
Ma se sul piano penale arriva l’archiviazione, non tutto può essere archiviato.
Resta infatti la vicenda, particolarmente delicata, delle espressioni contenute nei brogliacci delle intercettazioni. Nel riferirsi a Errede, che non ha mai nascosto il proprio orientamento sessuale, sarebbe stata utilizzata l’espressione omofoba “pecorina” al posto del nome o di un numero identificativo.
Una parola che, al di là del suo contenuto offensivo, solleva una questione più ampia: quale livello di imparzialità può essere garantito quando, negli atti di un’indagine, una persona viene identificata attraverso un termine denigratorio riferito alla sua sfera personale?
Il caso era arrivato anche in Parlamento, con un’interrogazione al Guardasigilli presentata dal senatore Ivan Scalfarotto. Parallelamente, un accertamento interno della Guardia di Finanza aveva individuato nel militare Giovanni Abaterusso l’autore dell’espressione.
Ed è proprio da questo passaggio che nasce il nodo sollevato dalla difesa di Errede.
Secondo i legali del magistrato, una volta individuato l’autore dell’espressione offensiva, Abaterusso avrebbe dovuto astenersi da ulteriori attività investigative riguardanti Errede. Non una questione marginale, dunque, ma un problema che investe direttamente uno dei cardini dell’attività investigativa: l’assenza di pregiudizi e la necessità che chi indaga sia terzo rispetto alla persona sottoposta ad accertamenti.
Nel frattempo, anche sul fronte risarcitorio, la difesa ha avviato iniziative nei confronti dello Stato e di quanti, secondo la propria prospettazione, avrebbero contribuito all’apertura del procedimento attraverso dichiarazioni definite “millantatorie, calunniose e diffamatorie”.
Si tratta di questioni che dovranno essere valutate nelle sedi competenti. Ma proprio l’esito dell’inchiesta rende ancora più importante separare i due piani.
Una cosa è stabilire se le accuse penali fossero fondate. Un’altra è accertare se l’indagine sia stata condotta secondo criteri di assoluta correttezza e imparzialità.
Il primo punto, per Errede, ha trovato una risposta favorevole con il proscioglimento e l’archiviazione. Il secondo resta invece sul tavolo.
Perché un’indagine può finire in archivio. Il principio di imparzialità, invece, non dovrebbe mai finire in secondo piano.

