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Traffico di cocaina e riciclaggio, così lo Stato scopre i patrimoni illeciti: sequestri per oltre 16 milioni di euro


Dalle intercettazioni e dai telefoni criptati agli accertamenti finanziari: l’indagine coordinata dalla Dda di Bologna ha portato a 15 ordinanze di custodia cautelare in carcere e al sequestro di immobili, veicoli e contanti. Coinvolta anche la provincia di Foggia.

Un’organizzazione dedita al traffico di cocaina, una rete di contatti distribuita in diverse province italiane e un patrimonio milionario che, secondo l’ipotesi investigativa, sarebbe stato accumulato e reinvestito attraverso attività illecite. È il quadro emerso da una vasta indagine della Guardia di Finanza, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Bologna, che ha portato all’esecuzione di 15 ordinanze di custodia cautelare in carcere e al sequestro preventivo di beni per oltre 16 milioni di euro.

Tra i territori interessati dalle attività investigative figura anche la provincia di Foggia, coinvolta nell’operazione insieme ad altre aree del Paese. Un’indagine che punta a ricostruire non soltanto i canali di approvvigionamento e distribuzione della droga, ma anche il percorso seguito dai proventi del narcotraffico per trasformarli in ricchezze apparentemente lecite.

Come lo Stato riesce a scoprire i reati

Le indagini economico-finanziarie rappresentano uno degli strumenti fondamentali attraverso cui lo Stato può individuare patrimoni sospetti e ricostruire i collegamenti tra attività criminali e ricchezze accumulate. Il lavoro degli investigatori non si limita, infatti, al sequestro della droga o all’identificazione delle persone coinvolte: comprende anche l’analisi dei rapporti economici, delle disponibilità finanziarie e dei beni riconducibili agli indagati.

Nel caso in esame, l’attività è stata condotta dai finanzieri del Comando provinciale di Rimini, con il supporto dei reparti di Bologna, Foggia, Forlì-Cesena, L’Aquila, Ravenna e Verona, oltre che del Servizio centrale investigazione criminalità organizzata e del Gruppo investigativo criminalità organizzata di Bologna. Il coordinamento operativo ha coinvolto anche la Direzione centrale per i servizi antidroga.

Gli investigatori avrebbero ricostruito l’operatività di due organizzazioni distinte, ma collegate dalla gestione dei guadagni illeciti. La prima sarebbe stata impegnata nell’acquisto di ingenti quantitativi di cocaina destinati alle piazze di spaccio di Rimini e delle province limitrofe. La seconda avrebbe avuto il compito di reinvestire e riciclare i proventi derivanti dal traffico di stupefacenti.

Complessivamente, risultano indagate 35 persone per le ipotesi di reato legate all’associazione finalizzata al traffico di droga. Per sei di loro vengono inoltre contestati, a vario titolo, reati riconducibili a un’associazione finalizzata a usura, riciclaggio, ricettazione, trasferimento fraudolento di valori e attività finanziaria abusiva.

Oltre 54 chili di cocaina in circa un anno

Uno dei principali filoni investigativi riguarda la movimentazione della droga. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, nell’arco di circa un anno sarebbero stati importati e distribuiti oltre 54 chilogrammi di cocaina.

Tredici chilogrammi sono stati sequestrati in Italia tra gennaio e agosto 2025, nel corso di tre distinti interventi che hanno portato anche all’arresto in flagranza di tre persone.

Le modalità di occultamento della sostanza stupefacente avrebbero richiesto una particolare organizzazione. Due chilogrammi di cocaina erano nascosti in un’intercapedine ricavata appositamente in un’autovettura, sette chilogrammi sono stati trovati all’interno del frigorifero di un’abitazione e altri quattro erano occultati nello scafo di una nave cargo attraccata al porto di Ravenna.

L’utilizzo di documenti d’identità falsi, telefoni criptati e automobili dotate di doppi fondi avrebbe reso più complessa l’attività investigativa, che ha consentito di delineare, secondo gli inquirenti, la struttura del gruppo e le sue modalità operative.

Il denaro segue le tracce della droga

La seconda parte dell’inchiesta si è concentrata sulla ricostruzione dei patrimoni. È in questa fase che l’attività investigativa si sposta dal traffico materiale degli stupefacenti alla dimensione economica del presunto sistema criminale.

Per individuare le ricchezze ritenute riconducibili agli illeciti, gli investigatori hanno svolto accertamenti economico-patrimoniali finalizzati a verificare la provenienza delle disponibilità e a individuare beni che, secondo l’accusa, sarebbero stati acquistati o reimpiegati attraverso i proventi del narcotraffico.

Il risultato è un decreto di sequestro preventivo, finalizzato alla confisca, che riguarda 23 immobili, due terreni, nove autovetture e tre motocicli. Nel provvedimento figurano inoltre orologi, monete da collezione, altri oggetti preziosi e 321mila euro in contanti.

Il valore complessivo dei beni sottoposti a sequestro supera i 16 milioni di euro.

Il sequestro dei patrimoni come strumento di contrasto alla criminalità

L’operazione evidenzia come il contrasto alla criminalità organizzata non passi esclusivamente attraverso gli arresti e il sequestro delle sostanze stupefacenti. Un ruolo centrale è svolto anche dalla capacità di individuare e bloccare le risorse economiche che potrebbero alimentare ulteriori attività illecite.

Seguire il denaro significa ricostruire i rapporti patrimoniali, verificare la disponibilità di immobili e veicoli e individuare eventuali incongruenze tra le ricchezze possedute e la loro provenienza. Gli accertamenti finanziari, insieme agli altri strumenti investigativi, possono così contribuire a individuare patrimoni sospetti e a ricostruire i meccanismi attraverso cui i guadagni illegali vengono reinvestiti.

L’inchiesta coordinata dalla Dda di Bologna si inserisce in questa strategia: colpire sia l’organizzazione dedita al traffico di droga sia le risorse economiche che, secondo l’ipotesi accusatoria, ne avrebbero sostenuto l’attività.

Il procedimento è nella fase delle indagini e le contestazioni dovranno essere verificate nel corso del percorso giudiziario, nel rispetto della presunzione di innocenza. Il sequestro preventivo, infatti, non equivale a una confisca definitiva e non costituisce, di per sé, una dichiarazione di colpevolezza degli indagati.

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