Bari:Sette anni e mezzo per scoprire che il reato non esisteva Nicola Pepe assolto, «Mi riprendo la mia dignità»
Anni di processo, tempo sottratto alla vita e risorse pubbliche impiegate: il Tribunale di Bari assolve l’ex giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno con la formula «perché il fatto non sussiste». Una sentenza che riaccende una domanda sul costo, umano ed economico, della giustizia.
«Assolto perché il fatto non sussiste. Chiaro? Non esiste il reato. Oggi mi riprendo sette anni e mezzo di vita. Ma mi riprendo soprattutto la mia dignità».
Nelle parole di Nicola Pepe c’è tutto il peso di una vicenda giudiziaria durata sette anni e mezzo. C’è la soddisfazione per un’assoluzione attesa a lungo, ma anche l’amarezza per il tempo trascorso sotto il peso di un’accusa che il Tribunale di Bari ha ritenuto insussistente.
La formula pronunciata dai giudici è netta: «perché il fatto non sussiste». Pepe, ex giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno, è stato assolto dall’accusa di favoreggiamento personale nei confronti dell’allora presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano.
E allora la domanda diventa inevitabile: quanto costa, a una persona e alla collettività, un procedimento penale che si conclude dopo anni con una simile pronuncia assolutoria?
Sette anni e mezzo: il tempo che nessuno restituisce
Il tempo trascorso in un procedimento giudiziario non compare soltanto nelle date dei verbali e nelle udienze. Pesa sulla vita personale, sulla serenità, sul lavoro e sulla reputazione. E quando la vicenda si protrae per anni, il costo umano diventa difficile da ignorare.
C’è poi il costo per la collettività. Indagini, attività degli uffici giudiziari, udienze e difese richiedono risorse economiche e professionali. Risorse pubbliche e private che, in ogni procedimento, devono essere impiegate con rigore, attenzione e senso di responsabilità.
L’assoluzione di Pepe non consente, da sola, di stabilire se il procedimento fosse evitabile fin dall’inizio né di quantificarne i costi. Ma impone una riflessione più ampia: come si può evitare che anni di vita e risorse preziose vengano assorbiti da vicende giudiziarie che si concludono senza che il fatto contestato sussista?
È una questione che riguarda il funzionamento della giustizia, la ragionevole durata dei processi e la necessità di garantire a ogni cittadino un accertamento tempestivo della propria posizione.
La contestazione e i fatti del 9 aprile 2019
La vicenda risale al 9 aprile 2019. Pepe, all’epoca redattore della redazione web della Gazzetta del Mezzogiorno, era accusato di aver informato Emiliano dell’imminenza di una perquisizione domiciliare e negli uffici della Presidenza della Regione Puglia da parte della Guardia di Finanza, con acquisizione e sequestro di documenti.
Secondo l’accusa, il giornalista avrebbe riferito al presidente quanto appreso poco prima nella redazione del quotidiano.
In quel periodo Emiliano era indagato per ipotesi di finanziamento illecito e abuso d’ufficio in relazione alla campagna elettorale per le primarie del Partito Democratico. Per quelle accuse, secondo la ricostruzione della vicenda, fu successivamente assolto dal Tribunale di Torino.
Un particolare rilevante è che Emiliano denunciò i fatti alla magistratura nello stesso giorno della presunta rivelazione.
A difendere Pepe sono stati gli avvocati Roberto Eustachio Sisto e Rosario Cristini.
Il prezzo di un’accusa e il valore della dignità
Una sentenza di assoluzione non cancella automaticamente gli anni trascorsi, le preoccupazioni e le conseguenze che un procedimento può avere sulla vita di una persona. Il riconoscimento giudiziario arriva alla fine di un percorso, mentre il tempo perduto non può essere restituito.
È questo il punto che rende la vicenda di Nicola Pepe qualcosa di più di una cronaca giudiziaria. È il richiamo alla responsabilità con cui devono essere affrontate le accuse penali, alla necessità di evitare tempi processuali eccessivi e all’importanza di non trasformare l’attesa della giustizia in una pena anticipata.
Naturalmente, un’assoluzione perché il fatto non sussiste non significa automaticamente che l’indagine iniziale fosse illegittima o che chi l’ha condotta abbia agito in modo scorretto. Significa, però, che l’esito del processo deve essere riconosciuto senza ambiguità e che la durata della vicenda merita una riflessione seria.
La giustizia deve arrivare, ma deve arrivare in tempo
Sette anni e mezzo sono tanti per chiunque. Lo sono ancora di più quando, al termine del percorso, arriva una sentenza che afferma che il fatto contestato non sussiste.
La questione non è soltanto quanto sia costato questo procedimento, dato che richiederebbe informazioni specifiche per essere quantificato. La questione è anche quanto costi, nel suo complesso, una giustizia che impiega anni per arrivare a una conclusione: in denaro, in efficienza e soprattutto nella vita delle persone coinvolte.
Perché la giustizia non si misura soltanto dalla capacità di perseguire i reati, ma anche dalla capacità di riconoscere tempestivamente quando il fatto contestato non sussiste.
Nicola Pepe, oggi, rivendica ciò che sente di aver riconquistato: il proprio nome, la propria dignità e la possibilità di guardare avanti.
«Mi riprendo sette anni e mezzo di vita».
Una frase che pesa come un atto d’accusa contro i tempi troppo lunghi della giustizia. E che lascia aperta una domanda per tutti: quanto tempo, quanto denaro e quanta vita si potrebbero risparmiare se i procedimenti fossero più rapidi ed efficienti?

