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Foggia:L’accusa fa rumore, l’assoluzione viene sussurrata,la giustizia e l’informazione non possono avere due pesi e due misure


Quando c’è da accusare, tutti corrono. Quando c’è da assolvere, improvvisamente nessuno ha più fretta. È questa la domanda che la vicenda di Pasquale Cassano consegna all’opinione pubblica: perché un uomo può finire sulle cronache per giorni quando viene indagato e poi, quando il processo si conclude con un’assoluzione, la notizia viene relegata a poche righe? Pasquale Cassano, 63 anni, ex vice dirigente del Commissariato di Manfredonia, funzionario della Polizia di Stato oggi in pensione, ha trascorso circa quarant’anni al servizio dello Stato. Una vita professionale intera. Quarant’anni di lavoro, responsabilità e servizio che non dovrebbero poter essere cancellati o messi in ombra dal semplice fatto di essere finiti dentro un procedimento giudiziario. Eppure, quando arrivò l’inchiesta, il suo nome fece rapidamente il giro delle cronache. Per quattro o cinque giorni si parlò di lui come del funzionario finito sotto indagine per una presunta truffa ai danni dello Stato legata agli straordinari. Titoli, articoli, attenzione mediatica. Il sospetto, ancora prima della conclusione del processo, era diventato una notizia. Poi il tempo è passato. Il procedimento è arrivato davanti al Tribunale di Foggia. E il giudice monocratico Alessandro Monacelli ha assolto Pasquale Cassano dall’accusa contestata. Fine della storia? Non proprio. Perché una storia giudiziaria non finisce veramente quando arriva una sentenza se nel frattempo l’opinione pubblica ha già ricevuto per giorni e giorni soltanto la versione dell’accusa. E qui emerge il grande problema: l’assoluzione sembra interessare molto meno dell’indagine. Oggi i giornali hanno pubblicato un piccolo articolo. Lo stesso giornale che scrisse per giorni oggi ha scritto due righe senza evidenziare la correttezza di Pasquale Cassano e la sua storia.Poche righe. Quasi una formalità. Eppure quelle poche righe dovrebbero avere lo stesso peso delle pagine e dei titoli dedicati all’inchiesta. Perché non esiste una giustizia mediatica nella quale l’accusa abbia il megafono e l’assoluzione debba parlare sottovoce. Non dovrebbe esistere un sistema nel quale il nome di un uomo diventa grande quando viene indagato e torna piccolo quando viene assolto. Se si sceglie di raccontare l’inchiesta, si deve avere anche il coraggio di raccontare con altrettanta evidenza il suo esito. Altrimenti non si racconta tutta la verità processuale: si racconta soltanto la parte che fa più rumore. Nessuno mette in discussione il diritto-dovere della magistratura di indagare e di verificare ogni possibile ipotesi di reato. È giusto che sia così. Ma indagare non significa condannare. Un’inchiesta non è una sentenza. Un’accusa non è una colpevolezza. E questo principio non può essere ricordato soltanto quando fa comodo. Nel frattempo, però, un uomo può aver pagato un prezzo enorme. Può aver visto la propria professionalità messa in discussione, il proprio nome associato a un’accusa, la propria carriera riletta attraverso le lenti di un procedimento giudiziario. E quando arriva l’assoluzione, chi ripara quel danno? Chi riporta indietro gli anni? Chi cancella dalla memoria di chi ha letto quei primi articoli il sospetto che inevitabilmente può essersi insinuato? Nessuno. Ed è proprio per questo che la stampa dovrebbe essere ancora più rigorosa nel dare conto delle assoluzioni. Perché il danno reputazionale di un’indagine può essere immediato, mentre quello dell’assoluzione è spesso silenzioso e tardivo. La vicenda Cassano solleva anche un’altra questione: quanto tempo e quante risorse vengono impiegati dalla macchina giudiziaria per arrivare a una sentenza? Ogni processo ha un costo per la collettività. Ma il costo non è soltanto quello economico. C’è forse è proprio questo il punto che nessuno vuole affrontare fino in fondo: nel nostro Paese essere indagati può diventare una condanna sociale molto prima che un giudice abbia pronunciato una sentenza. Il processo giudiziario segue le sue regole, ma quello mediatico spesso ne segue altre. Nel processo si raccolgono prove, si ascoltano le parti, si esaminano gli atti e alla fine un giudice decide. Nel tribunale dell’opinione pubblica, invece, spesso basta un titolo. E il titolo, una volta pubblicato, può rimanere molto più a lungo della notizia che racconta l’assoluzione.
La vicenda di Pasquale Cassano dovrebbe essere un campanello d’allarme proprio per questo. Non perché un funzionario di Polizia debba essere considerato intoccabile: nessuno lo è. Non perché un’indagine non debba essere svolta: quando ci sono ipotesi da verificare, è doveroso verificarle. Ma perché tra l’essere indagato e l’essere colpevole esiste un abisso giuridico e morale che non può essere colmato dai titoli dei giornali.

Cassano ha dovuto affrontare quel percorso. E lo ha fatto portandosi addosso che il peso di un’accusa che riguardava proprio il suo lavoro, la sua correttezza professionale e il rapporto con lo Stato dal quale aveva ricevuto responsabilità e incarichi. Oggi, con l’assoluzione pronunciata dal Tribunale di Foggia, quell’accusa non può essere raccontata come se fosse ancora sospesa nel vuoto. Il processo ha avuto il suo esito e quell’esito deve essere messo al centro della narrazione.

Ma c’è un’altra domanda ancora più scomoda: quanto vale una carriera di quarant’anni?

Quanto valgono quarant’anni trascorsi in divisa quando bastano pochi giorni di cronaca giudiziaria per mettere in discussione un’intera storia professionale? Quanto vale la fiducia costruita con colleghi e cittadini? Quanto vale la credibilità di un uomo che per una vita ha rappresentato lo Stato? E soprattutto, quanto vale una sentenza di assoluzione se quella sentenza viene raccontata molto meno dell’accusa che l’ha preceduta?

Non esiste una macchina capace di riportare indietro il tempo. Non esiste un pulsante che permetta di cancellare dalla memoria di chi ha letto una notizia ciò che ha letto. Non esiste neppure un modo semplice per misurare il danno che può produrre un sospetto quando viene associato pubblicamente al nome di una persona.

Ecco perché la responsabilità dell’informazione è enorme.

Un giornalista non deve essere il difensore di un indagato, così come non deve diventare il pubblico ministero di chi è soltanto sottoposto a indagine. Deve essere, prima di tutto, il narratore rigoroso di ciò che è accaduto. E se racconta l’inizio di una vicenda, deve raccontarne anche la fine. Se dà spazio all’accusa, deve dare spazio alla decisione del giudice. Se pubblica il nome di un cittadino quando viene indagato, non dovrebbe poi considerare l’assoluzione una notizia di serie B.

Altrimenti si crea una pericolosa asimmetria: l’accusa diventa memoria, l’assoluzione diventa archivio.

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