Il silenzio delle vittime e la distanza dalle istituzioni: il nodo irrisolto delle denunce contro la criminalità
Le recenti dichiarazioni dei magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari Rossi e Gatti e del Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, Giovanni Melillo, hanno riportato al centro del dibattito pubblico un tema delicatissimo: la scarsa collaborazione delle vittime di estorsione e usura con gli investigatori.
Un fenomeno che, troppo spesso, viene raccontato in maniera superficiale, quasi esclusivamente attraverso il linguaggio del “coraggio” o della “legalità”, senza affrontare fino in fondo le ragioni profonde che portano tanti cittadini, commercianti e imprenditori a non denunciare i propri aguzzini.
Da una parte, davanti alle telecamere, si sottolinea il valore degli imprenditori che avrebbero scelto di collaborare con lo Stato. Dall’altra, però, nelle carte giudiziarie emerge una realtà molto più complessa e dura: imprenditori reticenti, vittime che avrebbero negato l’evidenza, persone che avrebbero parlato soltanto dopo ripetuti interrogatori e persino soggetti che, secondo gli atti dell’inchiesta, avrebbero avvisato gli stessi indagati di essere stati ascoltati dalle forze dell’ordine.
Il passaggio più significativo dell’ordinanza riguarda proprio il comportamento delle vittime delle estorsioni. I pubblici ministeri scrivono chiaramente che soltanto un imprenditore foggiano si sarebbe presentato spontaneamente per denunciare gli episodi estorsivi, dando così impulso all’intero procedimento penale.
Una circostanza che impone una riflessione seria.
Perché così poche persone denunciano?
Perché tanti cittadini continuano a scegliere il silenzio?

La risposta non può essere ridotta soltanto alla paura. Certamente il timore di ritorsioni esiste ed è reale, soprattutto nei territori dove la criminalità organizzata mantiene ancora una forte capacità intimidatoria. Ma esiste anche un altro elemento, spesso ignorato: la sfiducia.
Molte vittime, nel corso degli anni, hanno avuto la percezione di essere state lasciate sole dopo aver collaborato. Alcuni imprenditori hanno chiuso le proprie attività, altri sono stati costretti ad allontanarsi per anni dal proprio territorio, vivendo conseguenze economiche e personali pesantissime. In diversi casi, chi ha denunciato non ha trovato quella rete di sostegno concreto che avrebbe immaginato dallo Stato e dalle istituzioni.
Questo inevitabilmente alimenta diffidenza.
Quando una persona vede che chi denuncia perde lavoro, serenità e sicurezza, mentre il proprio futuro resta incerto, la scelta di collaborare diventa ancora più difficile.
Esiste poi un altro aspetto che merita attenzione: il rapporto umano tra magistratura, investigatori e vittime. Molte persone ascoltate durante le indagini avvertono una distanza dalle istituzioni, quasi una mancanza di comprensione delle difficoltà quotidiane che vivono. Le vittime di estorsione non sono semplicemente “testimoni” dentro un fascicolo giudiziario: sono persone che spesso convivono con ansia, isolamento sociale, problemi economici e paura costante.
Per questo motivo, il tema non può essere affrontato soltanto sul piano repressivo. Non basta chiedere più denunce se prima non si costruisce un sistema capace di proteggere davvero chi decide di parlare.
Serve un cambiamento di metodo.
Le istituzioni devono recuperare fiducia e credibilità agli occhi dei cittadini. Occorre rafforzare il sostegno economico, sociale e psicologico alle vittime, garantire tempi rapidi nei procedimenti e creare un rapporto meno distante tra magistratura e territorio.
La lotta alla criminalità organizzata non si vince soltanto con gli arresti o con le conferenze stampa. Si vince soprattutto quando un cittadino sente che denunciare non significa restare solo

