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Foggia, il dolore dei figli di Stefania Rago: “Il femminicidio non è mai normale”


A una settimana dal femminicidio di Stefania Rago, uccisa il 23 aprile nella sua abitazione a Foggia dal marito Antonio Fortebraccio, emergono con forza le parole dei figli, Jessica e Michael. Un racconto che unisce dolore e lucidità, trasformando la tragedia in un appello pubblico contro ogni forma di violenza.
Jessica, 27 anni, si presenta davanti ai giornalisti con determinazione.

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Accanto a lei il fratello Michael, 23 anni. Le sue dichiarazioni sono nette: “Una persona del genere non potrà mai essere perdonata. Uccidere significa voler avere il controllo totale sull’altra persona, decidere che non debba vivere. Non merita alcun riavvicinamento”.
Dietro l’omicidio, spiega, si celava una realtà familiare segnata da dinamiche di controllo e svalutazione. “Non ci si aspetta mai una reazione del genere da un padre o da un marito. I litigi esistono in tutte le famiglie, ma mai fino a questo punto”. Un controllo sottile ma costante, che limitava l’autonomia della madre: “Apparentemente voleva che fosse autonoma, ma in realtà non le permetteva mai di esserlo davvero”.

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Un passaggio del racconto evidenzia la dimensione psicologica della violenza: “Mia madre aveva studiato e lavorato in diversi posti, ma a un certo punto ha smesso. Aveva paura. Lui la faceva sentire incapace, la buttava giù moralmente”. Parole che descrivono una spirale silenziosa, spesso invisibile all’esterno ma profondamente distruttiva.
Jessica lancia anche un appello diretto a chi vive situazioni simili: “Abbiate coraggio. Parlate con le persone vicine, quelle che possono davvero aiutarvi”. Ricorda la riservatezza della madre: “Non si confidava. Forse voleva proteggerci”. Eppure, segnali c’erano: “Le chiedevo perché fosse turbata, ma lei diceva sempre che stava bene”.
Non era la prima volta che Stefania Rago tentava di cambiare la propria condizione. “C’erano già state altre occasioni in cui mamma aveva chiesto il divorzio. Ma lui era insistente, non l’ha mai accettato. Noi ci speravamo”.
Anche Michael affida ai ricordi il ritratto della madre: “Ci ha lasciato forza e amore. Ci sono stati momenti di gioia, ma anche momenti difficili. Soprattutto per nostra madre”. L’incredulità resta: “Nessuno avrebbe mai immaginato un epilogo così tragico. Nemmeno lei pensava che suo marito potesse arrivare a tanto”.
Poi il ricordo più doloroso, l’ultimo incontro: “L’ho vista quella mattina, verso le 10. Sono tornato a Bari perché studio lì. Mi ha dato un bacio e mi ha detto: ‘Quando ci vediamo, amore mio?’. Le ho risposto: ‘La settimana prossima’. Poi la sera ho saputo tutto”.
La testimonianza dei figli restituisce il volto umano di una vicenda che non può essere archiviata come un fatto isolato. Nel 2026, interrogarsi su come sia ancora possibile che accadano simili crimini significa guardare oltre la cronaca: riconoscere i segnali della violenza, rompere il silenzio, rafforzare gli strumenti di prevenzione e protezione.
Il loro messaggio è chiaro e non lascia spazio a interpretazioni: il femminicidio non può e non deve mai essere considerato normale.

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