Foggia:Dieci anni a restituire parte dello stipendio per insegnare: “Era l’unico modo”
Un sistema sommerso e perverso che alimenta la precarietà: il racconto choc di una docente che per dieci anni ha dovuto restituire gran parte dello stipendio per poter lavorare in una scuola paritaria.
FOGGIA – Per dieci lunghi anni ha insegnato restituendo ogni mese 600 euro dei 900 che percepiva ufficialmente come stipendio. Una rinuncia pesante, fatta in silenzio, con la speranza che quel sacrificio le aprisse finalmente le porte della scuola pubblica. È la testimonianza, raccolta da Repubblica Bari, di una docente oggi 43enne, che ha deciso di rompere il silenzio e raccontare la sua storia, emblematica di un sistema che si nutre della precarietà e della mancanza di alternative.
Un “patto tacito” per accumulare punteggio
La vicenda ha inizio in un istituto paritario della provincia di Foggia, dove la docente, poco più che ventenne, accetta un contratto che sulla carta prevede uno stipendio dignitoso. Ma c’è una condizione non scritta, chiara fin dal primo giorno: restituire in contanti la gran parte della retribuzione direttamente ai titolari della scuola. Un compromesso forzato ma necessario per ottenere i 12 punti annuali in graduatoria, indispensabili per ambire a una cattedra nella scuola pubblica.
“Era l’unico modo per insegnare”, racconta oggi. Dietro questa frase si nasconde una realtà fatta di rinunce, sfruttamento e illusioni. La promessa implicita era che si trattasse di una fase temporanea. “Poi gli anni sono passati e sono rimasta incastrata”.
Il sacrificio che si prolunga nel tempo
La docente, che ha preferito restare anonima per timore di ritorsioni, spiega come questo meccanismo si sia protratto per un decennio. Ogni mese, dopo aver incassato lo stipendio regolarmente versato su conto corrente, era costretta a restituirne due terzi. In cambio, riceveva un’esperienza professionale formalmente valida e, soprattutto, punti in graduatoria.
Un sistema che non era affatto isolato. “Nella mia scuola eravamo almeno in tre nella stessa situazione”, dice, lasciando intendere che si tratti di una pratica diffusa, anche se raramente denunciata. Il motivo? Paura, mancanza di alternative e la speranza – poi delusa – di un futuro migliore.
Una piaga nota ma invisibile
Il fenomeno dei “finti stipendi” nelle scuole paritarie non è nuovo. Le istituzioni scolastiche valutano i titoli e i punteggi sulla base dei contratti depositati, senza strumenti per verificare se i compensi siano stati effettivamente percepiti. Questo crea terreno fertile per gli abusi: contratti regolari solo all’apparenza, mentre dietro si cela un vero e proprio sfruttamento.
È una zona grigia della scuola italiana: da un lato le scuole paritarie, in cerca di risorse e personale a basso costo; dall’altro giovani insegnanti, spesso donne, disposte ad accettare condizioni al limite della legalità pur di non restare escluse.
Il silenzio forzato
Perché non ha denunciato? “La verità è che non puoi. Se lo fai, perdi il posto, il punteggio, e nessuno ti tutela”, dice la docente. Una scelta obbligata che si ripete per anni, nella speranza che qualcosa cambi. Ma il cambiamento, se arriva, è lento e insufficiente. E intanto, centinaia di giovani insegnanti restano incastrati in un limbo professionale e personale.
La necessità di un intervento istituzionale
Alla luce di queste rivelazioni, è evidente quanto sia urgente un intervento concreto da parte delle istituzioni. Servono strumenti per monitorare e verificare i rapporti economici effettivi tra docenti e scuole paritarie. È necessario proteggere chi denuncia e, soprattutto, garantire che il punteggio acquisito rifletta un’esperienza lavorativa autentica e non un compromesso forzato.
Il rischio, altrimenti, è continuare a legittimare un sistema che premia chi accetta condizioni ingiuste, penalizzando chi rifiuta di piegarsi. In un Paese che dovrebbe investire nella qualità dell’istruzione, è inaccettabile che l’ingresso nella scuola pubblica passi per la strada dello sfruttamento.
Insegnare non dovrebbe essere un lusso né un atto di eroismo. Ma per molti giovani docenti, oggi, è ancora così.

