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Foggia si solleva per Hayat Fatimi: “La memoria senza conflitto diventa rassegnazione”


Foggia non tace. In risposta all’ennesimo femminicidio, la città si è stretta in un presidio carico di dolore, rabbia e determinazione. Hayat Fatimi, cuoca marocchina, è stata uccisa a pochi passi da casa sua, nel cuore dei Quartieri Settecenteschi, dal suo ex compagno. Un uomo che lei aveva già denunciato. La sua morte ha scosso profondamente la comunità locale e nazionale, ponendo nuovamente sotto accusa un sistema che continua a fallire nel proteggere le donne.

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A organizzare e guidare la manifestazione, il Collettivo Koll Era, la comunità marocchina di Foggia e numerosi cittadini e cittadine che si sono riuniti in un presidio rumoroso e determinato. Tra loro anche la sindaca di Foggia, Maria Aida Episcopo, che ha voluto essere presente a testimoniare la vicinanza istituzionale. Ma la presenza delle istituzioni non è bastata a placare la rabbia di chi da anni denuncia l’inerzia sistemica di fronte alla violenza patriarcale.
Lo Stato non è assente, è complice”
Le voci delle manifestanti sono state chiare e forti: “Lo Stato sapeva e non ha protetto”. Il dolore per la morte di Hayat si è trasformato in denuncia collettiva contro un sistema giudiziario e istituzionale che si limita a reagire, spesso tardi, invece di prevenire. “Non era irreperibile, non è stato preso. Hayat aveva denunciato”, gridano in piazza. È un grido che si ripete, che torna ad ogni donna uccisa da un uomo che lei stessa aveva cercato di fermare.
Nel mirino anche il disegno di legge della ministra Roccella, considerato “l’ennesimo fallimento” perché basato su una logica punitiva e repressiva, che non scalfisce il cuore culturale e strutturale della violenza di genere. “La logica dei pacchetti sicurezza non serve. Ogni inasprimento di pena non ha mai fermato la violenza. Perché il problema non è solo giuridico, è culturale, sistemico”, sostengono le attiviste.

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Il patriarcato non si punisce, si abbatte
Il Collettivo Koll Era ha messo in luce la radice profonda del problema: la cultura patriarcale che ancora oggi definisce i ruoli di genere, che relega la donna alla sfera domestica e affettiva, che criminalizza la libertà femminile e giustifica la violenza con la retorica del “te la sei cercata”.
Nel caso di Hayat, anche il luogo che avrebbe dovuto essere rifugio – la casa – si è trasformato in trappola. Anche quando conquistato con fatica, con autodeterminazione, lo spazio domestico può diventare teatro di sopraffazione. Le ragazze del collettivo lo dicono chiaramente: “Non siamo vittime, siamo oppresse. E la violenza contro di noi non è una fatalità, è una scelta sociale, politica, sistemica”.
Oltre la repressione: educazione, affettività, liberazione
La piazza di Foggia non chiede più “sicurezza”, chiede trasformazione.
Chiede un’educazione reale all’affettività, alla sessualità, alla libertà. Chiede politiche che non si limitino a intervenire dopo il delitto, ma che lo prevengano agendo sulle cause strutturali: il sessismo, il razzismo, il classismo. “La violenza di genere è una questione politica transfemminista e anticapitalista”, affermano le attiviste. “Il sistema patriarcale si abbatte con la distruzione della cultura che lo alimenta”.
“Non vogliamo vendetta. Vogliamo giustizia”
La manifestazione è stata anche un atto di memoria. Ma non una memoria silenziosa, pacificata, sterile. “La memoria senza conflitto diventa rassegnazione”, recita uno degli striscioni. Per questo la rabbia in piazza non è vendetta, ma richiesta di giustizia. Non giustizia penale soltanto, ma sociale, educativa, culturale. Un cambiamento profondo, che non si accontenta del “modello Caivano” e delle promesse postume.
Hayat Fatimi non è stata solo una vittima. Era una donna che aveva scelto di vivere libera, che aveva denunciato. La sua vita, più ancora della sua morte, è ciò che la piazza ha voluto ricordare.
E mentre la città si ferma a gridare il suo nome, la domanda resta sospesa nell’aria: quanto ancora dovranno urlare le donne prima che qualcuno ascolti davvero?

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