Dalla politica dei favori alla politica per sé: il declino del rapporto tra cittadini e potere
Dalla politica dei favori alla politica per sé: viaggio nel declino del rapporto tra cittadini e potere
Per decenni, il rapporto tra cittadini e politica in Italia si è retto su un equilibrio tanto discusso quanto concreto: quello della mediazione diretta. Nella cosiddetta Prima Repubblica, il politico locale era spesso percepito come un intermediario indispensabile tra lo Stato e il cittadino. Non di rado, questo ruolo si traduceva nella capacità di “procurare” un posto di lavoro, soprattutto nel settore pubblico o nelle aziende partecipate. Un sistema che molti studiosi hanno definito clientelare, ma che, nel contesto del dopoguerra, rappresentava anche una forma di welfare informale.
In quegli anni, il consenso elettorale si costruiva sul territorio, attraverso relazioni personali e scambi concreti. Il voto non era soltanto espressione di appartenenza ideologica, ma spesso il risultato di un rapporto diretto con il rappresentante politico. In questo quadro, il lavoro diventava una leva fondamentale: un diritto mediato, più che garantito.
La frattura che ha spezzato il filo conduttore,arriva nei primi anni Novanta, con l’inchiesta Mani Pulite, che segna il crollo dei partiti tradizionali e l’avvio della cosiddetta Seconda Repubblica. Da quel momento, il sistema politico cambia profondamente: meno radicamento territoriale, più centralità dei media, della comunicazione e della leadership personale.
Oggi, la figura del politico appare spesso distante dal cittadino comune. Le critiche più frequenti parlano di una classe dirigente concentrata sulla propria sopravvivenza politica, sulla costruzione del consenso immediato e, in alcuni casi, sulla tutela di interessi personali o familiari. Il termine “casta”, entrato nel linguaggio comune, riflette proprio questa percezione di chiusura e autoreferenzialità.
Episodi riportati in diverse realtà locali — come in Foggia e nella sua provincia — hanno alimentato questa sfiducia: secondo denunce pubbliche e testimonianze politiche, in alcuni concorsi sarebbero stati favoriti parenti e conoscenti di amministratori locali o esponenti di partito. Segnalazioni che, al di là delle singole responsabilità, contribuiscono a rafforzare nell’opinione pubblica l’idea di una politica ripiegata su sé stessa.
Il tema dell’occupazione, in questo contesto, evidenzia un cambiamento significativo. Se in passato il lavoro poteva essere “concesso” attraverso l’intervento politico diretto, oggi esso dipende in larga misura dalle dinamiche di mercato. I dati più recenti dell’Istat mostrano un quadro complesso: da un lato, livelli occupazionali record, con oltre 24 milioni di lavoratori; dall’altro, squilibri strutturali, come la difficoltà di accesso al lavoro per i giovani e il persistente divario nell’occupazione femminile rispetto alla media europea.
Questa trasformazione ha alimentato una percezione diffusa di distacco tra politica e società. Se prima il politico era visto — nel bene e nel male — come un risolutore di problemi concreti, oggi appare più come un gestore di consenso, spesso lontano dalle esigenze quotidiane dei cittadini.
Le ragioni di questo cambiamento sono molteplici. La fine dei grandi partiti di massa ha indebolito il legame con il territorio; la globalizzazione ha ridotto il margine d’azione degli Stati nazionali; l’evoluzione dei media ha spostato il baricentro della politica dalla presenza fisica alla visibilità mediatica. In questo scenario, la costruzione del consenso passa più attraverso la narrazione che attraverso l’intervento diretto.
Resta però un dato di fondo: la politica, come ogni fenomeno sociale, si adatta ai contesti storici. Il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica non ha eliminato le criticità, ma le ha trasformate. Se prima il rischio era l’inefficienza di un sistema basato su scambi particolari, oggi il pericolo percepito è quello di una politica distante, concentrata su sé stessa.
Comprendere questa evoluzione è essenziale per interpretare il presente. Perché, al di là delle differenze, una costante rimane: il rapporto tra cittadini e rappresentanti è il cuore della democrazia. E la sua qualità determina, ieri come oggi, la fiducia nelle istituzioni.

