Foggia:Ecoballe nei campi, il paradosso della legge al danno si aggiunge la beffa per i proprietari
di Redazione
Una storia che intreccia criminalità ambientale, burocrazia e responsabilità civile, lasciando sul terreno – è il caso di dirlo – un senso diffuso di ingiustizia. È quella vissuta dalla famiglia Nardella, proprietaria di un fondo agricolo trasformato in discarica abusiva da ignoti, e oggi chiamata a pagare il conto della bonifica.
Il caso riaccende i riflettori su una delle contraddizioni più evidenti nella gestione dei reati ambientali: mentre le ecomafie continuano a smaltire rifiuti illegalmente, spesso trasportandoli anche fuori regione, chi subisce direttamente il danno rischia di diventare, per legge, corresponsabile.
Il terreno trasformato in discarica
Tutto ha inizio con il ritrovamento di ecoballe e rifiuti abbandonati nel fondo agricolo di proprietà della famiglia Nardella. Un episodio tutt’altro che isolato in contesti rurali facilmente accessibili, dove l’assenza di controlli sistematici favorisce gli sversamenti illeciti.
I proprietari, accortisi dell’accaduto, hanno immediatamente sporto denuncia, arrivando persino a individuare tra i rifiuti elementi utili a risalire alla loro provenienza. Ma questo non è bastato a sollevarli dalle conseguenze.
L’ordinanza e il ricorso
Con un’ordinanza del 17 dicembre 2024, il Comune ha imposto ai proprietari la bonifica del terreno a proprie spese. Una decisione che la famiglia ha contestato presentando ricorso, mentre il procedimento giudiziario restava ancora pendente.
Nel frattempo, il 4 settembre 2025, l’amministrazione comunale è intervenuta direttamente per rimuovere i rifiuti, salvo poi rivalersi economicamente sui proprietari. A questi è stata quindi notificata un’ingiunzione di pagamento pari a 18.154,34 euro, una cifra ritenuta persino superiore al valore del fondo agricolo.
Da qui un secondo ricorso, anch’esso impugnato senza successo.
La sentenza: “colpa per omissione”
I giudici hanno dato ragione al Comune, riconoscendo una “condotta colposa omissiva” da parte dei proprietari. Secondo quanto emerso dai sopralluoghi della Polizia Locale, il terreno risultava completamente aperto e facilmente accessibile anche a mezzi pesanti.
Un elemento decisivo nella valutazione del tribunale: per la normativa vigente, infatti, non è necessario essere autori materiali dello sversamento per essere ritenuti responsabili. È sufficiente non aver adottato misure idonee a prevenirlo.
Secondo i magistrati, sarebbe bastata anche una semplice aratura del terreno per rendere difficoltoso l’accesso ai camion, che avrebbero rischiato di rimanere bloccati. In assenza di barriere naturali o artificiali, la negligenza è stata ritenuta determinante.
Il ricorso è stato quindi respinto, così come la richiesta di risarcimento per il mancato raccolto.
Criminali ignoti, proprietari responsabili
Sul fronte penale, invece, nessun colpevole. Le indagini avviate dalle autorità si sono concluse con un decreto di archiviazione nel maggio 2023: impossibile identificare con certezza gli autori dello sversamento.
Un epilogo che accentua il senso di squilibrio: da un lato i responsabili restano ignoti, dall’altro i proprietari del terreno si trovano a sostenere l’intero peso economico della bonifica.
Il punto di vista dell’amministrazione
Dal Comune arriva una posizione netta sul piano giuridico, ma accompagnata da una certa apertura sul piano umano. L’assessora all’Ambiente e vicesindaca Lucia Aprile ha sottolineato come la sentenza rappresenti una tutela per l’ente e per i cittadini, pur riconoscendo le difficoltà dei privati coinvolti.
Il problema, evidenzia l’amministrazione, è anche strutturale: i controlli nelle aree rurali sono affidati alla Polizia Locale, che fatica a coprire territori molto estesi. In questo vuoto si inseriscono le attività illegali.
Ma c’è anche un timore: se il Comune si facesse carico sistematicamente delle bonifiche in casi simili, si rischierebbe di creare un precedente pericoloso, con il risultato di incentivare indirettamente gli sversamenti illeciti e trasferire i costi sulla collettività.
Il paradosso normativo
La vicenda della famiglia Nardella mette in luce un paradosso difficile da ignorare: chi subisce un reato ambientale può essere chiamato a risponderne economicamente se non ha fatto abbastanza per impedirlo.
Una “normalità incongruente”, dove la linea tra vittima e responsabile si assottiglia fino quasi a scomparire.
E mentre le ecomafie continuano a operare nell’ombra, resta una domanda aperta: è davvero equo che a pagare, alla fine, siano proprio i proprietari dei terreni violati

