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Foggia:Morto nel ghetto, ignorato dalle Istituzioni la tragedia annunciata di Alagie Singath

Capitanata, tra abbandono e tragedie: la morte di Alagie e il salvataggio che non basta a rassicurare
La morte di Alagie Singath, 29 anni appena compiuti lo scorso 2 aprile, non può essere archiviata come un semplice fatto di cronaca. È il simbolo di una criticità profonda e strutturale che da anni segna la vita – e troppo spesso la morte – di centinaia di lavoratori migranti nelle campagne della Capitanata. Trovato senza vita, impiccato tra lamiere e muri di cartone nella baraccopoli di Torretta Antonacci, a San Severo, Alagie viveva da cinque anni in condizioni precarie, lavorando come bracciante e aspettando un permesso di soggiorno che non è mai arrivato.
Secondo quanto riferito dall’Usb, il giovane aveva cercato più volte di uscire da quella condizione di marginalità, affidando persino la fotocopia dei suoi documenti ai delegati sindacali durante il periodo del Covid, nella speranza di ottenere un tetto, un’identità riconosciuta, una vita dignitosa. Una speranza rimasta disattesa. Il racconto dei sindacalisti è netto: Alagie viveva “nel fango del ghetto”, in un insediamento che lo Stato non ha mai realmente smantellato, nonostante ingenti fondi – circa 100 milioni di euro – stanziati proprio per superare queste baraccopoli.
La sua morte arriva in un contesto già segnato da violenza e tensione. Solo due settimane prima, nello stesso insediamento, un altro cittadino gambiano era stato ucciso a martellate da un connazionale senegalese al culmine di una disputa religiosa. Episodi che evidenziano un clima di degrado sociale e abbandono istituzionale, dove la convivenza diventa fragile e la disperazione può degenerare.
A rendere ancora più drammatico il quadro è l’emergenza ambientale recente. L’alluvione che ha colpito Torretta Antonacci ha isolato centinaia di persone tra acqua e fango, senza soccorsi adeguati né vie di fuga. Non è ancora chiaro se esista un legame diretto tra questo evento e il gesto estremo di Alagie, ma è evidente che vivere in condizioni di totale precarietà, senza sicurezza né protezione, amplifica ogni fragilità personale.
E mentre una tragedia si consuma, un’altra viene evitata per poco. Nelle stesse ore, un giovane cittadino maliano residente nella baraccopoli di Borgo Mezzanone, nelle campagne di Manfredonia, è stato salvato dai carabinieri dopo essere rimasto intrappolato nella propria auto, sommersa dalla piena del fiume Cervaro. L’episodio, avvenuto nei pressi di Borgo Incoronata, racconta ancora una volta quanto queste comunità siano esposte a rischi estremi, aggravati da infrastrutture inadeguate e dalla mancanza di interventi preventivi.
Due storie diverse, ma legate da un filo comune: l’invisibilità. Da una parte, un uomo che non ha trovato alternative alla disperazione; dall’altra, uno che si è salvato per un intervento tempestivo. In mezzo, un sistema che continua a mostrare falle gravi nella gestione dell’accoglienza, del lavoro agricolo e dell’emergenza abitativa.
La morte di Alagie Singath non può restare un episodio isolato. È un monito che chiama in causa responsabilità precise: politiche, amministrative e sociali. Finché esisteranno luoghi come Torretta Antonacci e Borgo Mezzanone, dove migliaia di persone vivono senza diritti fondamentali, tragedie come questa non saranno eccezioni, ma conseguenze prevedibili.

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