Molfetta(“Dalle manette all’assoluzione quando la giustizia” si smentisce tra Procura, GIP e Cassazione”
Il caso giudiziario che ha coinvolto Tommaso Minervini, già sindaco di Molfetta, rappresenta oggi uno degli esempi più significativi di come, nei diversi gradi della giurisdizione penale, le valutazioni dei magistrati possano divergere profondamente, fino a ribaltare completamente l’impianto accusatorio costruito dalla Procura e inizialmente condiviso dal giudice per le indagini preliminari (GIP).
Dall’arresto alla caduta politica
Il 6 giugno 2025 Minervini era stato posto agli arresti domiciliari nell’ambito di un’inchiesta che ipotizzava reati gravi come falso, peculato e turbativa d’asta. Le misure cautelari, disposte su richiesta del pubblico ministero e validate dal GIP, avevano prodotto effetti immediati non solo sul piano giudiziario, ma anche su quello politico, determinando di fatto la fine anticipata dell’esperienza amministrativa attraverso le dimissioni della maggioranza.
In questa prima fase, l’impostazione accusatoria appariva solida: il GIP aveva ritenuto sussistenti gravi indizi di colpevolezza e esigenze cautelari, accogliendo integralmente la ricostruzione della Procura.
Il ribaltamento in Cassazione
A distanza di mesi, però, la Corte di Cassazione – Sesta sezione penale, presieduta da Fidelbo e con relatore Tondin – ha annullato senza rinvio l’ordinanza cautelare, escludendo la sussistenza dei reati contestati.
Si tratta di una decisione che segna una frattura netta rispetto alle valutazioni precedenti. I giudici di legittimità hanno adottato una lettura definita “estremamente garantista”, mettendo in discussione non solo la qualificazione giuridica dei fatti, ma anche la stessa ricostruzione fattuale proposta dall’accusa.
In particolare, la Cassazione ha stabilito che:
non è configurabile il reato di turbativa d’asta quando un amministratore suggerisce contenuti di un bando;
non integra reato l’assegnazione di incarichi tecnici indicati da imprenditori, se si tratta di affidamenti sotto soglia e privi di artifici o violenza.
Una posizione che si discosta radicalmente da quella del GIP, che invece aveva ritenuto tali condotte sintomatiche di un sistema illecito.
Le accuse smontate punto per punto
La sentenza accoglie integralmente le tesi difensive degli avvocati Mario Malcangi e Tommaso Poli, escludendo l’esistenza dei reati sia sotto il profilo oggettivo che soggettivo.
Tra i passaggi più rilevanti:
Falso nei certificati di appalto: secondo la Cassazione, non vi è stata alcuna omissione dolosa, ma una “trasparente attestazione dello stato dei lavori” nell’ambito di una variante approvata. Qui emerge una differenza interpretativa sostanziale rispetto alla Procura, che aveva invece ravvisato una condotta fraudolenta.
Bonifica degli uffici della Socialità: l’accusa aveva ipotizzato finalità personali, ma i giudici hanno riconosciuto che l’intervento era volto alla tutela dei dati sensibili. Il ritrovamento di una microspia rudimentale e il coinvolgimento dei carabinieri rafforzano questa lettura, smontando l’impostazione accusatoria.
Lavori della banchina del porto di Molfetta: secondo la Procura, Minervini avrebbe favorito l’imprenditore Vito Totorizzo in cambio di sostegno elettorale. La Cassazione, invece, parla di “fisiologica interlocuzione” tra pubblico e privato, avvenuta dopo una scelta legittima della giunta di procedere con project financing.
Nomine tecniche: anche in questo caso, la Suprema Corte esclude la turbativa d’asta, evidenziando che si trattava di incarichi sotto soglia, quindi caratterizzati da ampia discrezionalità amministrativa.
Il nodo delle divergenze tra magistrati
Il caso mette in luce in maniera evidente come, all’interno dello stesso sistema giudiziario, possano coesistere letture profondamente diverse dei medesimi fatti.
Il pubblico ministero ha costruito un impianto accusatorio basato su una visione “sostanzialistica” delle condotte, valorizzando presunti rapporti opachi tra amministrazione e imprenditoria.
Il GIP ha condiviso questa impostazione, ritenendo sussistenti i presupposti per una misura cautelare.
La Cassazione, invece, ha adottato un approccio rigorosamente garantista e formalista, richiedendo la prova concreta di artifici, violenze o finalità illecite per configurare i reati contestati.
Questa divergenza non è patologica, ma fisiologica in un sistema basato su più gradi di giudizio. Tuttavia, nel caso Minervini, la distanza tra le valutazioni appare particolarmente marcata, fino a determinare un completo ribaltamento dell’esito giudiziario.
Conseguenze politiche e riflessi sul dibattito pubblico
La decisione della Cassazione è destinata ad avere un impatto che va oltre il singolo caso. Da un lato, rafforza l’idea che non esista un automatismo tra le richieste della Procura e le decisioni dei giudici, evidenziando il ruolo di garanzia esercitato dai diversi livelli della giurisdizione.
Dall’altro lato, resta il dato politico: l’inchiesta aveva già prodotto effetti irreversibili, con la caduta dell’amministrazione comunale e un danno reputazionale difficilmente recuperabile.
In questo senso, il caso Minervini si inserisce pienamente nel più ampio dibattito sulla giustizia, anche in relazione al referendum sulla giustizia, sollevando interrogativi sul rapporto tra indagini preliminari, misure cautelari e conseguenze politiche.
Una vicenda emblematica
Più che una semplice assoluzione, la pronuncia della Cassazione rappresenta un punto di riflessione sul funzionamento del sistema giudiziario italiano: un sistema che, proprio attraverso il confronto tra giudici diversi, può correggere se stesso, ma che nel frattempo può incidere profondamente sulla vita delle persone e delle istituzioni.
Il caso dimostra, in definitiva, quanto sia delicato l’equilibrio tra esigenza repressiva e tutela delle garanzie, e quanto le differenze interpretative tra magistrati possano tradursi in esiti radicalmente opposti.

