Trinitapoli(BT): Il caso dello scioglimento per mafia,infiltrazioni reali o ombre di pregiudizio?
L’inchiesta sul dossier finito all’Antimafia
Il dossier sullo scioglimento del Comune di Trinitapoli per infiltrazioni mafiose torna sotto la lente delle istituzioni. La documentazione relativa al provvedimento del 2022 è infatti arrivata alla Commissione parlamentare antimafia, riaprendo interrogativi su una delle vicende amministrative più controverse degli ultimi anni nella provincia di Barletta-Andria-Trani.
Lo scioglimento del Consiglio comunale, avvenuto il 31 marzo 2022, segnò un precedente storico: per la prima volta un Comune della BAT veniva commissariato per presunte infiltrazioni della criminalità organizzata. Una decisione drastica, presa sulla base delle relazioni redatte dalla Commissione d’accesso incaricata di verificare eventuali condizionamenti mafiosi nell’attività amministrativa tra il 2016 e il 2021.
Ma a distanza di anni, il caso continua a sollevare domande: quanto erano solidi gli elementi raccolti? E soprattutto, la caduta dell’allora sindaco è stata determinata da prove concrete o da sospetti poi rivelatisi inconsistenti?
I settori sensibili sotto osservazione
Secondo le relazioni ispettive, l’attenzione degli investigatori amministrativi si concentrò su alcuni settori ritenuti particolarmente vulnerabili alle pressioni della criminalità locale. Tra questi:
la gestione del ciclo dei rifiuti
l’assegnazione delle case popolari
le attività di protezione civile
Tre ambiti strategici nella gestione della cosa pubblica, dove eventuali irregolarità o favoritismi possono rappresentare un terreno fertile per l’influenza delle organizzazioni criminali.
Le verifiche avrebbero individuato una serie di anomalie amministrative e possibili interferenze esterne nelle scelte dell’ente. Elementi che, secondo il dossier trasmesso al Governo, avrebbero giustificato il provvedimento straordinario di scioglimento.
Il ruolo del sindaco e le dimissioni
In quel momento alla guida del Comune c’era Emanuele Losapio. La pressione istituzionale e mediatica che seguì alle conclusioni della Commissione d’accesso portò alle sue dimissioni, anticipando di fatto la fine dell’esperienza amministrativa.
Nelle relazioni circolarono anche riferimenti a presunti rapporti o frequentazioni tra il primo cittadino e un capo clan locale. Circostanze che contribuirono ad alimentare un clima di forte sospetto attorno alla figura del sindaco.
Tuttavia, con il passare del tempo, quelle affermazioni si sarebbero rivelate prive di riscontri giudiziari. Losapio, infatti, non è mai stato indagato né accusato formalmente di reati legati alla criminalità organizzata.
La questione dell’incandidabilità
Nonostante l’assenza di procedimenti penali, per l’ex sindaco è scattata comunque la misura dell’incandidabilità prevista dalla normativa per gli amministratori dei comuni sciolti per mafia.
Si tratta di un meccanismo previsto dalla legislazione antimafia che punta a prevenire il rischio di nuove infiltrazioni nella pubblica amministrazione. La norma consente ai tribunali di dichiarare incandidabili gli amministratori ritenuti responsabili, anche solo sul piano politico-amministrativo, del contesto che ha portato allo scioglimento dell’ente.
Una misura preventiva che non richiede necessariamente una condanna penale, ma che può avere conseguenze pesanti sulla carriera politica degli amministratori coinvolti.
Il punto di vista di Losapio
Secondo Losapio, la sua estromissione dalla vita amministrativa sarebbe stata il risultato di un pregiudizio più che di un giudizio basato su prove.
L’ex sindaco sostiene che le accuse sulla presunta frequentazione con un capo clan si siano basate su affermazioni successivamente rivelatesi false. Una circostanza che, a suo dire, avrebbe compromesso la sua immagine pubblica e determinato la perdita della fascia tricolore senza un reale accertamento di responsabilità.
«Non mi è stata tolta la fascia per un giudizio, ma per un pregiudizio», avrebbe dichiarato in più occasioni.
Le domande ancora aperte
Il ritorno del dossier alla Commissione parlamentare antimafia riporta quindi alla luce una questione delicata che va oltre il singolo caso.
Da un lato resta la necessità di strumenti efficaci per contrastare l’infiltrazione mafiosa negli enti locali, fenomeno che in diverse aree del Paese continua a rappresentare una minaccia concreta per la democrazia amministrativa.
Dall’altro emerge il problema dell’equilibrio tra prevenzione e garanzie individuali: fino a che punto è possibile colpire politicamente un amministratore senza che vi sia una responsabilità penale accertata?
Il caso di Trinitapoli si colloca esattamente su questo crinale. Un provvedimento nato per difendere la legalità ma che, secondo alcuni, potrebbe aver travolto anche figure che non hanno mai dovuto rispondere davanti a un tribunale.
Ora l’attenzione si sposta sull’analisi del dossier da parte della Commissione antimafia. Da quella valutazione potrebbe emergere una nuova lettura di una vicenda che, a distanza di anni, continua a dividere politica, opinione pubblica e istituzioni.

