Foggia:Per gli assalti ai bancomat si rischia la pelle
Non solo per le conseguenze devastanti delle esplosioni, ma perché i contrasti interni ai gruppi criminali possono degenerare fino all’omicidio. È l’ombra lunga che aleggia sull’inchiesta dei carabinieri coordinata dal pm Roberta Bray e che, sullo sfondo, incrocia una morte ancora senza colpevoli: quella di Faik Isenovski, 27 anni, italiano di origini macedoni.
Isenovski fu sequestrato a Borgo Mezzanone, picchiato brutalmente, investito due volte da un’auto, caricato su un veicolo e infine ucciso il 17 agosto 2025. Il suo corpo venne ritrovato solo quattro giorni dopo. Dietro il delitto, ancora insoluto, gli investigatori ipotizzano — al momento solo come sospetto — un credito o debito maturato nell’ambiente degli assalti ai bancomat. Un movente possibile, non ancora provato, ma che emerge dalle testimonianze raccolte e che collega la vicenda alla cosiddetta banda della marmotta.
Proprio nell’ambito di questa indagine la Procura di Foggia ha disposto il fermo di cinque giovani, ritenendo sussistente il pericolo di fuga. Si tratta di Ivan Ameri, 20 anni, foggiano residente a Borgo Mezzanone, indicato come presunto capo del gruppo; Giovanni Di Gennaro (26) di Carapelle; Michele Rendina (24), anche lui di Carapelle; Mattia Gervasio (23) di Orta Nova; e Salvatore Nicola Gervasio, 20 anni, cugino e compaesano di Mattia.
Di Gennaro e Mattia Gervasio, nelle stesse ore del blitz disposto dalla Procura di Foggia, sono stati inoltre arrestati su ordinanza del gip di Pesaro-Urbino perché accusati, con altri due presunti complici, di un assalto a un bancomat nelle Marche.
L’inchiesta conta 13 indagati e 14 contestazioni complessive. L’associazione per delinquere è contestata a sette persone. Tra gli episodi attribuiti alla banda figurano: l’assalto fallito del 13 settembre 2025 alla Bpm di Ascoli Satriano; il colpo da 2.800 euro del 14 ottobre alla Bpm di Guardia Sanframondi, nel Beneventano; e il furto da oltre 37mila euro del 17 ottobre alla Banca di Credito Cooperativo di Potenza Picena, in provincia di Macerata. Contestati anche il porto e la detenzione illegale di esplosivo, oltre alla ricettazione e al riciclaggio delle auto utilizzate per i colpi.
Secondo l’accusa, Rendina, Di Gennaro e Salvatore Nicola Gervasio avrebbero procurato veicoli e materiale necessario agli assalti; Mattia Gervasio e altri due indagati a piede libero avrebbero svolto ruoli operativi o esecutivi. Il quadro accusatorio poggia su video di sorveglianza, intercettazioni, analisi dei tabulati telefonici e sulle dichiarazioni di alcuni testimoni sentiti nell’indagine sull’omicidio Isenovski. Da questi racconti emerge come l’iniziale amicizia — e forse complicità — tra la vittima e Ivan Ameri si sarebbe incrinata fino a rompersi, verosimilmente per questioni di denaro.
«Gli assalti ai bancomat sono una piaga criminale che ha interessato anche il Foggiano; nel solo 2025 si contano oltre venti episodi», scrive il pm Roberta Bray nelle 156 pagine del decreto di fermo. «È un fenomeno che desta spiccato allarme non solo per i danni alle banche, ma soprattutto per la grave messa in pericolo dell’incolumità pubblica, a causa delle scorrerie armate di gruppi organizzati».
I carabinieri hanno ricostruito nel dettaglio il modus operandi della banda. Nello sportello Atm viene inserita una carta bancomat o prepagata — spesso intestata a cittadini stranieri estranei ai furti — per simulare un prelievo. Le banconote non vengono ritirate, così l’erogatore resta aperto per pochi secondi. In quel brevissimo lasso di tempo viene inserita la “marmotta”, una pala esplosiva artigianale che raggiunge la fessura di comunicazione con la cassaforte, dove viene fatta deflagrare. In alternativa, la fessura viene forzata con un piede di porco.
Tutto avviene di notte e in tre o quattro minuti: il tempo di piazzare l’esplosivo, accendere la miccia, allontanarsi, attendere il botto, raccogliere il denaro e fuggire a bordo di auto rubate, prima dell’arrivo delle forze dell’ordine. Un meccanismo rapido e micidiale, che non lascia dietro di sé solo sportelli devastati, ma — come dimostra il caso Isenovski — anche una scia di violenza che può costare la vita.

