Foggia:Rosa Barone in aula è la teste-principale irregolarità elettorali e ipotesi di voto di scambio, la consigliera regionale conferma il “clima pesante” durante la campagna per le Regionali 2020
È una deposizione lunga, tesa e destinata a pesare sull’esito dell’inchiesta quella resa oggi, mercoledì 14 gennaio, dalla consigliera regionale del Movimento Cinque Stelle Rosa Barone, ascoltata come teste-chiave nel procedimento sulle presunte irregolarità elettorali emerse durante la campagna per le Regionali 2020.
Fu proprio Barone, all’epoca dei fatti, a presentare in Procura un esposto che ha dato il via alle indagini della Digos, confluite in un dossier investigativo di oltre 200 pagine. Al centro dell’inchiesta vi sono condotte che, secondo l’ipotesi accusatoria, potrebbero configurare una grave violazione della libertà di voto, fino a lambire il reato di voto di scambio.
L’esposto e gli elementi raccolti
La denuncia depositata dalla consigliera si fonda su una serie di elementi raccolti nel corso della campagna elettorale:
una email contenente un esposto anonimo,
messaggi di testo e audio ricevuti sulla sua utenza personale,
ulteriori segnalazioni informali giunte da cittadini e lavoratori.
Materiale che, secondo la teste, delineava un quadro allarmante. “In città era risaputo, era diventato un tam-tam”, ha riferito Barone in aula, parlando di presunte pressioni sugli elettori. Tra le circostanze più gravi emerse nel racconto, l’esistenza di un numero WhatsApp al quale i votanti avrebbero dovuto “riferire o dimostrare il voto espresso”.
Su questo punto, tuttavia, la consigliera ha precisato di non avere riscontri diretti: “Non ho mai visto questa chat”, ha puntualizzato.
Il confronto in aula e le contestazioni
Per oltre un’ora Barone ha risposto alle domande del pubblico ministero Bray, nel corso dell’esame diretto, e a quelle dei difensori Sisto, Treggiari e Censano, nel contro-esame. Non sono mancati momenti di tensione, con vere e proprie scintille tra accusa e difesa.
L’avvocato Sisto ha definito lo scenario descritto dalla teste “evanescente”, contestando il riferimento alle cosiddette “voci correnti”, espressione utilizzata da Barone per indicare le numerose persone che, durante la campagna elettorale, l’avrebbero avvicinata per denunciare le presunte condotte illecite.
Le prove mancanti e l’email chiave
Nel corso dell’udienza è emerso come non siano più disponibili i messaggi e gli audio ricevuti su WhatsApp: “Non sono più disponibili perché dopo cinque anni ho cambiato il telefono”, ha spiegato la consigliera.
Resta però agli atti una email inviata da Michele Lapollo, storico operatore del terzo settore e figura legata alla Cooperativa Astra, impegnata nella gestione di servizi nelle scuole materne cittadine. Secondo quanto riferito in aula, all’epoca quella comunicazione era riconducibile a Ludovico Maffei.
“Pressioni e clima pesante”
Barone ha raccontato di aver incontrato Lapollo e alcune dipendenti della cooperativa. Colloqui dai quali avrebbe tratto la percezione di un contesto fortemente condizionato: “Ho avuto contezza di un clima pesante e delle pressioni subite dalle lavoratrici”, ha dichiarato.
Parole definite “pesanti e determinanti” dagli inquirenti, che vedono nella deposizione della consigliera un tassello centrale per ricostruire il presunto sistema di condizionamento del voto. Spetterà ora al tribunale valutare la solidità di questo impianto accusatorio e stabilire se le irregolarità denunciate possano tradursi in responsabilità penali.

