AttualitàMedicinaPugliaSanità

Sanità, il bivio pugliese: perché il modello Veneto indica la strada (e gli errori di oggi)


La crisi dei Pronto soccorso in Puglia non è più un’emergenza episodica, ma una condizione strutturale. Affollamenti cronici, tempi di attesa incompatibili con i bisogni di cura, personale sotto pressione e un territorio che fatica a intercettare la domanda prima che diventi urgenza. È in questo contesto che il neo eletto governatore Antonio Decaro, in attesa della proclamazione ufficiale, ha avviato un lavoro di studio sui dossier più roventi, a partire dall’erogazione dei servizi sanitari, guardando alle esperienze di eccellenza maturate in altre regioni. Tra queste, il Veneto.
«Ho avuto contatti con manager e dirigenti dell’Azienda Ulss 7 Pedemontana, quella che insiste sull’area di Bassano del Grappa», ha spiegato Decaro, con sneakers e cappotto verde modello “Tenente Colombo”, prima di intervenire in piazza Massari a un incontro natalizio promosso dalla Lilt insieme al presidente Francesco Schittulli. Non una visita di cortesia, ma un confronto operativo su un modello che ha saputo affrontare la pressione sugli accessi ospedalieri con scelte organizzative chiare e coerenti.
Il progetto Veneto: prevenire prima di curare l’urgenza
Il cuore del modello veneto è semplice quanto efficace: togliere peso improprio ai Pronto soccorso senza ridurre l’offerta di cura. Come? Rafforzando la sanità territoriale, integrando ospedale e territorio e investendo su governance e processi.
Nell’Ulss 7 Pedemontana, come in altre realtà venete, funzionano filtri reali agli accessi: ambulatori dedicati alle urgenze minori, medici di continuità assistenziale integrati, presa in carico precoce dei pazienti cronici, telemedicina e percorsi rapidi per le dimissioni protette. Il risultato è un Pronto soccorso che torna alla sua missione: trattare le vere emergenze, con personale meno schiacciato e tempi più appropriati.
A fare la differenza è anche la gestione: obiettivi misurabili, responsabilità chiare dei manager, uso intelligente dei dati per prevedere i picchi di domanda e modulare le risorse. Non slogan, ma organizzazione.
Le mancanze della sanità pugliese
In Puglia, al contrario, la sanità territoriale resta fragile e disomogenea. Le Case della Comunità procedono a rilento, la medicina generale è poco integrata con i percorsi ospedalieri e l’assistenza domiciliare non intercetta a sufficienza anziani e cronici. Il Pronto soccorso diventa così l’unica porta d’ingresso, caricandosi di tutto: dalle urgenze reali alle prestazioni che potrebbero (e dovrebbero) essere gestite altrove.
Manca una regia unica capace di coordinare ospedali, distretti e servizi sociali. Mancano incentivi e strumenti per trattenere personale e valorizzarne le competenze. Mancano, soprattutto, scelte coraggiose che spostino risorse dove servono davvero.
Lo sbaglio di oggi
L’errore che la sanità pugliese sta compiendo oggi è continuare a intervenire sull’emergenza senza cambiare il sistema: tamponare i Pronto soccorso con misure temporanee, senza costruire i filtri a monte. È una strategia miope che aumenta la pressione sugli operatori, peggiora la qualità del servizio e alimenta la sfiducia dei cittadini.
Ridurre o rimodulare servizi senza potenziare contestualmente il territorio significa spostare il problema, non risolverlo. Il Veneto dimostra che l’alternativa esiste: investire sull’organizzazione, sulla prevenzione e sulla presa in carico.
Una lezione da imparare
La Puglia è davanti a un bivio. Continuare a inseguire l’emergenza o scegliere una riforma strutturale, ispirata ai modelli che funzionano. Il lavoro di studio avviato da Antonio Decaro va in questa direzione: capire, adattare, decidere. Perché la sanità non si salva con annunci o rattoppi, ma con un progetto chiaro. E il tempo, nei Pronto soccorso pugliesi, è già scaduto.

Please follow and like us:
icon Follow en US
Pin Share

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *