La Capitanata a rischio: l’assalto alle risorse fossili minaccia il territorio
La Capitanata dopo l’installazione di pole illiche adesso rischia di tornare ad essere il teatro di una nuova “conquista fossile”. È questo l’allarme lanciato dall’Arci Maria Schinaia di Foggia, che denuncia l’avanzata silenziosa, ma costante, delle nuove ricerche di idrocarburi sul territorio. Un fenomeno che potrebbe segnare in profondità un’area già provata da anni di pressioni ambientali e da un incessante conflitto tra esigenze di sviluppo economico e la necessità di tutelare un ambiente fragile e ricco di risorse naturali. Dalle energie rinnovabili al gas, passando per il petrolio, la provincia di Foggia si trova oggi al centro di una moltiplicazione di progetti destinati a compromettere irrimediabilmente paesaggio, agricoltura e qualità della vita delle comunità locali.
L’ultimo report del Bollettino Ufficiale degli Idrocarburi e della Geotermia, pubblicato nell’ottobre 2025, porta con sé dati allarmanti. La sola provincia di Foggia conta ormai oltre 1.140 chilometri quadrati di territorio destinati ad attività di ricerca, estrazione o siti in attesa di ripristino minerario. Si tratta di numeri che, secondo l’Arci, non solo mettono in pericolo l’ambiente, ma pongono anche seri dubbi sul futuro economico e sociale della regione.
Il ritorno delle trivelle: dalla speranza alla preoccupazione
Dopo la sospensione del Pitesai (Piano per la transizione energetica delle aree idonee), bloccato dal TAR del Lazio, è ripartita la corsa alle trivellazioni, con il governo che ha assegnato oltre trenta nuove licenze per la ricerca e l’estrazione di idrocarburi tra terraferma e mare. Un’iniziativa che punta a incrementare la produzione interna di gas e petrolio, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la dipendenza energetica dall’estero. Ma per l’Arci Maria Schinaia, questo significa allontanarsi dalle politiche climatiche e di tutela della salute, rischiando di compromettere gli impegni internazionali sulla sostenibilità energetica. Si tratterebbe, a parere dell’associazione, di un passo indietro rispetto alle necessità di accelerare la transizione verso fonti di energia rinnovabili e pulite, come previsto dagli Accordi di Parigi.
In particolare, l’associazione mette in guardia contro l’enorme incidenza che queste nuove ricerche potrebbero avere sul paesaggio e sull’agricoltura. I comuni della provincia di Foggia, da sempre punto di riferimento per le coltivazioni agricole, potrebbero trovarsi di fronte a una grave minaccia per la loro economia, basata principalmente sulla produzione di olio d’oliva, grano e pomodoro. Il rischio di contaminazioni del suolo e delle falde acquifere, l’impatto visivo delle infrastrutture petrolifere e l’aumento dei rischi sismici legati all’estrazione, potrebbero compromettere la vocazione agricola della zona e la qualità della vita dei residenti.
Un reticolo di pozzi da Deliceto a San Severo
Già oggi, diversi permessi di ricerca e concessioni di coltivazione coprono vaste aree del territorio. Tre permessi di ricerca, che si estendono su un’area complessiva di 202,10 km², riguardano i territori di Deliceto, Rocchetta Sant’Antonio, Sant’Agata di Puglia, Alberona, Casalvecchio, Castelnuovo, Motta Montecorvino, Pietramontecorvino, San Severo, Torremaggiore e altri comuni dell’Appennino Dauno. A questi si aggiungono ben cinque concessioni di coltivazione in terraferma per un totale di 171 km², tra cui quelle denominate Lucera, Tertiveri, Torrente Celone e Masseria Grottavecchia, gestite da società come Eni, Gas Plus Italiana, Energean e Canoel Italia.
Questi progetti vanno ad aumentare la pressione su un territorio già compromesso da fenomeni di depauperamento ambientale e da un continuo sfruttamento delle risorse naturali. A preoccupare non sono solo i rischi diretti legati all’estrazione del gas e del petrolio, ma anche la difficoltà di monitorare e controllare la proliferazione di nuove concessioni. Con un’area così vasta coinvolta, è difficile garantire che vengano rispettati gli standard di sicurezza e di tutela ambientale, spesso sacrificati in nome della rapidità dell’implementazione di questi progetti.
L’appello alla politica: un futuro a rischio
La risposta politica a questa situazione sembra ancora troppo timida e frammentata. Secondo l’Arci Maria Schinaia, è necessario un cambio di rotta immediato per proteggere le comunità locali e il loro ambiente. Serve un impegno deciso per fermare l’espansione delle trivellazioni e orientare la provincia di Foggia verso un modello di sviluppo che valorizzi le risorse naturali in modo sostenibile e che rispetti i diritti dei cittadini. Le politiche energetiche nazionali, secondo l’associazione, non possono continuare a ignorare l’importanza di tutelare i territori vulnerabili e le generazioni future.
In un momento in cui la lotta contro il cambiamento climatico è al centro del dibattito internazionale, la Capitanata si trova a un bivio: continuare a inseguire un modello energetico obsoleto, che rischia di compromettere irreversibilmente l’ambiente, o abbracciare una transizione energetica davvero sostenibile, che guardi al futuro con un nuovo slancio verso le energie rinnovabili.
La partita per il futuro della Capitanata è appena iniziata, ma il tempo per fermare questa “conquista fossile” potrebbe essere già troppo breve.

