Castel d’Azzano, esplosione fatale durante uno sgombero: tre carabinieri perdono la vita Una tragedia evitabile? Emerse gravi criticità nella gestione dell’intervento
CASTEL D’AZZANO (VR) – Nella notte tra lunedì 13 e martedì 14 ottobre, un’operazione di sgombero a Castel d’Azzano si è trasformata in una tragedia. Tre militari dell’Arma dei Carabinieri – il Brigadiere Capo Valerio Daprà, il Carabiniere Scelto Davide Bernardello e il Luogotenente Marco Piffari – sono morti a seguito di una violenta esplosione che ha raso al suolo il casolare da cui si tentava di allontanare tre fratelli sessantenni, destinatari di un ordine di rilascio dell’immobile.
I tre facevano parte del dispositivo interforze, composto da Carabinieri e Polizia di Stato, che era stato attivato per l’esecuzione dello sgombero. Secondo una prima ricostruzione, al momento dell’ingresso nell’edificio l’aria era già satura di gas, una condizione che ha innescato una devastante esplosione, uccidendo sul colpo i tre militari e ferendo altri colleghi.
Chi erano le vittime
Valerio Daprà, 56 anni, era brigadiere capo e si era arruolato nel 1988. In procinto di poter andare in pensione, aveva scelto di restare in servizio. Lascia un figlio di 26 anni.
Davide Bernardello, 36 anni, originario di Arsego (PD), era entrato nell’Arma nel 2014.
Marco Piffari, anch’egli 56enne, era comandante della Squadra Operativa Supporto del Battaglione Mobile di Mestre e risiedeva a Padova.
Tutti e tre erano membri altamente specializzati, con esperienza operativa e parte delle squadre API (Aliquote di Pronto Intervento), impiegate in situazioni ad alto rischio. La loro professionalità, tuttavia, non è bastata a salvarli da un’esplosione che solleva più di una domanda sulla sicurezza dell’intervento.
Le criticità: una tragedia annunciata?
Quanto accaduto apre a interrogativi drammatici sulla pianificazione, la valutazione del rischio e la gestione dell’operazione.
Ambiente saturo di gas già al momento dell’ingresso
È evidente che nessuno dei presenti era a conoscenza del pericolo imminente. Come è stato possibile che un edificio saturo di gas non fosse stato preventivamente bonificato o analizzato con adeguate strumentazioni da parte dei vigili del fuoco, già presenti sul posto?
Mancata rilevazione preventiva del gas
In operazioni di sgombero a rischio, soprattutto con soggetti potenzialmente instabili o ostili, è prassi procedere a un accurato controllo dell’edificio, anche con strumenti per la rilevazione di sostanze pericolose. Questo passaggio sembra essere stato sottovalutato o del tutto assente.
Tempistiche e modalità dell’intervento
L’azione si è svolta in orario notturno, un dettaglio che potrebbe aver complicato ulteriormente la percezione del rischio. È lecito chiedersi se il momento dell’intervento fosse adeguato, o se una pianificazione diurna, con maggiore visibilità e margini di manovra, avrebbe potuto ridurre i rischi.
Presenza dei soggetti da sgomberare
I tre fratelli destinatari del provvedimento erano ancora all’interno dell’abitazione, che evidentemente era stata trasformata in una trappola mortale. Chi aveva il compito di monitorare i loro movimenti? Come è stato possibile che nessuno abbia rilevato la preparazione di un simile gesto estremo?
Dolore e sgomento, ma anche la richiesta di verità
«Siamo ancora sconvolti e interdetti da quanto accaduto», ha dichiarato Elena Guadagnini, sindaca di Castel d’Azzano. Dolore condiviso anche dalle più alte cariche dello Stato: «Una tragedia che ha il sapore di un bollettino di guerra», ha commentato il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia.
Il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha sottolineato il sacrificio dei carabinieri, mentre il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha parlato di «un bilancio drammatico, molto doloroso».
Ma il dolore non può bastare. È necessaria un’indagine rigorosa e indipendente per accertare eventuali responsabilità, lacune procedurali o sottovalutazioni operative che hanno portato a questo esito devastante.
Conclusioni
I carabinieri Daprà, Bernardello e Piffari hanno perso la vita compiendo il proprio dovere, in una situazione che avrebbe richiesto maggiore cautela e una valutazione più approfondita dei rischi. La loro morte non deve essere archiviata come una tragica fatalità, ma come un monito: la sicurezza di chi serve lo Stato deve essere garantita con la stessa determinazione con cui lo Stato pretende che venga servito.
Solo così potremo onorare davvero il loro sacrificio.

