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Bari/Foggia: Francavilla, la Dda e la Procura Generale chiedono il ritorno in carcere “Pericoloso e mafioso, i domiciliari sono inadeguati”


La Direzione Distrettuale Antimafia e la Procura Generale di Bari hanno presentato ricorso alla Corte di Cassazione per chiedere la revoca degli arresti domiciliari concessi ad Emiliano Francavilla, 46 anni, foggiano, ritenuto capo dell’omonima batteria mafiosa della “Società” foggiana. La richiesta mira a far tornare il boss in carcere, contestando la decisione della Corte d’Appello di Bari — poi confermata dal Tribunale della libertà — che il 4 aprile 2025 gli aveva concesso i domiciliari con braccialetto elettronico.
Il motivo del ricorso: la pericolosità e il rischio di reiterazione
Alla base del ricorso ci sono ragioni di sicurezza pubblica e di coerenza con la gravità del reato contestato. Francavilla è stato condannato in appello l’11 luglio 2025 a 8 anni e 8 mesi di reclusione per tentato omicidio aggravato dal metodo mafioso: l’agguato contro il costruttore Antonio Fratianni, sventato nel giugno 2022 grazie a un’operazione congiunta della Dda e della Squadra Mobile, avrebbe dovuto vendicare l’attentato a Nettuno in cui furono gravemente feriti il fratello del boss, Antonello Francavilla, e il figlio quindicenne.
Secondo gli inquirenti, Fratianni andava eliminato per “onorare il sangue” versato dal clan e per evitare che il costruttore potesse sfuggire alle sue responsabilità. La dinamica dell’agguato e i legami mafiosi dell’imputato delineano un quadro di estrema pericolosità sociale, come sottolineato dal Procuratore Generale: «Un pluripregiudicato ai vertici della batteria mafiosa della Società, condannato per un agguato mafioso, non può scontare la pena in casa».
La decisione contestata: i domiciliari e la riduzione della pena
Francavilla era stato arrestato nel luglio 2022 insieme ad altri cinque complici e, per un periodo, sottoposto anche al regime di 41 bis, segno evidente della pericolosità attribuitagli dallo Stato. Tuttavia, in sede di processo d’appello, nel febbraio 2025, ha ammesso la responsabilità dell’agguato, spiegando di aver agito per vendicare il nipote, da lui cresciuto come un figlio.
Questa confessione, ritenuta un segnale di ravvedimento, gli ha fruttato due benefici: la riduzione della pena da 12 anni a 8 anni e 8 mesi, e successivamente la concessione dei domiciliari, che sta scontando in un appartamento a Foggia.
Il nodo procedurale: l’appello “tardivo” per 85 minuti
Il primo tentativo della Procura Generale di opporsi ai domiciliari è stato bloccato per motivi procedurali: l’appello, pur depositato entro il termine ultimo del 14 aprile 2025, è stato formalmente presentato alle ore 13.25, cioè 85 minuti dopo l’orario di chiusura al pubblico della cancelleria, fissato alle ore 12. Il Tribunale della libertà ha dichiarato inammissibile il ricorso senza entrare nel merito, sostenendo che il termine era perentorio e quindi superato.
Ora, nel ricorso in Cassazione, la Dda e la Procura Generale chiedono che venga riconosciuta la validità dell’atto, sostenendo che sia stato comunque presentato nei 10 giorni previsti dalla legge, e dunque andasse esaminato nel merito.
Il fronte della difesa: “Appello inammissibile, va rigettato”
L’avvocato difensore di Francavilla, Ettore Censano, ha annunciato che chiederà alla Corte Suprema di rigettare il ricorso, ribadendo quanto già sostenuto davanti al Tribunale della libertà: per gli atti delle parti (accusa e difesa) fa fede anche l’orario del deposito, non solo la data, e quindi il ritardo — anche se minimo — rende inammissibile l’impugnazione.
Una battaglia legale dal peso simbolico
La decisione della Cassazione, attesa nei prossimi mesi, non riguarda solo la posizione di Francavilla, ma tutta la strategia giudiziaria antimafia nella Capitanata, territorio da anni al centro di una delle più complesse lotte contro la criminalità organizzata.
Dare credito al ricorso significherebbe confermare che, in presenza di reati mafiosi, lo Stato deve adottare misure detentive ferme e tempestive. Rigettarlo — anche per vizi formali — potrebbe rappresentare un pericoloso precedente di vulnerabilità del sistema nel fronteggiare la mafia foggiana.
Conclusione:
Il caso Francavilla è più di una disputa tra accusa e difesa: è una prova di forza tra lo Stato e la criminalità organizzata. La Corte di Cassazione sarà chiamata a decidere se a prevalere debba essere il rigore formale o la necessità sostanziale di tutelare la collettività da un soggetto ritenuto estremamente pericoloso.

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