Foggia:Quando uscire diventa un pericolo per una violenza senza senso
È inaccettabile leggere e scrivere notizie del genere. È sconvolgente, ogni volta. Non possiamo abituarci. Non dobbiamo farlo.
L’aggressione avvenuta nel cuore del centro storico di Foggia, ai danni di Andrea Tigre — un ragazzo di 19 anni, portiere per passione — non può e non deve essere archiviata come l’ennesimo episodio di violenza giovanile. Perché non si tratta di una “ragazzata”, non è una bravata. È un’aggressione brutale, immotivata, gratuita. È un atto criminale.
Andrea è finito in ospedale per colpa di un branco e successivamente trasferito a Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo. Sì, un branco. Perché da soli, spesso, questi giovani sono inoffensivi, ma in gruppo si sentono forti, invincibili, impuniti. E quando l’aggressione nasce da futili motivi — o addirittura da nessun motivo — siamo di fronte a qualcosa di più profondo, qualcosa di rotto nelle dinamiche sociali e nei modelli educativi.
Questi episodi non possono essere letti e dimenticati. No. Devono essere letti, riletti, discussi. Nelle scuole, nelle famiglie, tra amici. Devono essere portati all’attenzione delle forze dell’ordine, della politica, ma soprattutto dei cittadini. Perché ciò che è accaduto ad Andrea può accadere a chiunque.
La violenza, soprattutto quella che nasce dalla noia, dall’assenza di valori, dalla ricerca di appartenenza in un branco, è un fallimento collettivo. Un segnale d’allarme che non possiamo ignorare.
Serve più sicurezza, certo. Serve più presenza sul territorio. Ma serve, prima di tutto, un lavoro culturale profondo. Serve educare al rispetto, all’empatia, alla responsabilità. Serve far capire ai ragazzi che essere complici del silenzio è già una forma di violenza. Che la vera forza non sta nel colpire, ma nel proteggere. Non nel restare in silenzio, ma nel denunciare.
Foggia, oggi, piange un altro figlio ferito. Ma domani deve rialzarsi. Deve cambiare. Deve pretendere giustizia, sicurezza e, soprattutto, un’educazione che parta dai banchi di scuola e arrivi fino alle piazze, ai campi sportivi, alle case.
Perché nessuno, mai, debba più avere paura di uscire per vivere la propria città

