Cerignola(FG):Lo scandalo nello scandalo il processo Black Land è tutto da rifare
Il processo sul traffico illecito di rifiuti tra Campania e Puglia si arena: la competenza territoriale spostata ad Avellino fa ripartire tutto da capo. Intanto, i rifiuti restano sepolti e il rischio prescrizione incombe.
Un processo interrotto, una giustizia inceppata, un territorio avvelenato. Il processo Black Land, uno dei più gravi casi di traffico illecito di rifiuti mai scoperti tra Campania e Puglia, è ufficialmente da rifare. Una decisione della Corte d’Appello di Bari – che ha annullato per incompetenza territoriale l’intero procedimento celebrato a Foggia – rimette tutto in discussione. Gli atti saranno ora trasmessi alla Procura di Avellino, competente per giudicare i fatti. Ma questo spostamento apre una serie di criticità che rischiano di trasformare una già drammatica vicenda ambientale in una pagina buia per la giustizia italiana.
Un disastro ambientale senza colpevoli?
L’indagine Black Land, avviata oltre dieci anni fa, portò alla luce un traffico criminale imponente: 270.000 tonnellate di rifiuti provenienti dalla Campania, smaltiti illegalmente e seppelliti nelle campagne di Cerignola, Stornara, Ordona e nei Reali Siti, nel cuore del Tavoliere delle Puglie. Un’operazione che ricalca fedelmente i meccanismi denunciati dal pentito Carmine Schiavone, ex boss del clan dei Casalesi, già nel 1997. Tra i nomi coinvolti, non a caso, anche quello di un soggetto incluso nella black list fornita da Schiavone alla Commissione Parlamentare sulle ecomafie.
Eppure, nonostante la gravità dei fatti, il processo rischia ora di affondare nella palude della burocrazia giudiziaria. A causa di un vizio di competenza territoriale – che il tribunale di Foggia avrebbe dovuto riconoscere sin dal principio – tutto il procedimento viene azzerato. Si riparte da zero ad Avellino. Nel frattempo, però, il tempo scorre: i fatti risalgono al 2013 e la prescrizione è sempre più vicina.
Imputati a piede libero, condanne annullate
I tre imputati che avevano scelto il rito ordinario – Pasquale Di Ieso, Erminio Arminio e Giuseppe Caruso – dovranno affrontare nuovamente l’intero iter processuale. Il pubblico ministero aveva chiesto per loro la conferma della condanna a tre anni di reclusione. Ora, con l’annullamento, anche quelle sentenze svaniscono nel nulla, rendendo ancora più concreta la possibilità che nessuno venga mai realmente punito per aver avvelenato un pezzo di Sud Italia.
L’altro aspetto inquietante riguarda la figura di Erminio Arminio, già finito sotto i riflettori in un altro contesto paradossale: l’Amministrazione comunale guidata dal sindaco Bonito aveva quasi affidato a lui la costruzione del nuovo stadio dell’Audace Cerignola. Una vicenda che aggiunge ulteriore sconcerto: come è possibile che soggetti coinvolti in inchieste su reati ambientali così gravi finiscano al centro di progetti pubblici milionari?
Un processo compromesso e una terra che resta contaminata
La storia del processo Black Land è uno specchio delle disfunzioni che troppo spesso caratterizzano il sistema giudiziario italiano: ritardi, errori procedurali, incertezze sulla competenza territoriale. E tutto questo si consuma mentre i rifiuti restano lì, sepolti sotto la terra di Cerignola e dei Reali Siti, tra le falde acquifere e i terreni agricoli, inquinando silenziosamente ambiente e salute pubblica.
Mentre il processo si ferma e si trasferisce, nessuno rimuove quei rifiuti, nessuno bonifica quelle aree, nessuno paga per quel disastro. E la giustizia, invece di essere uno strumento di tutela, diventa l’ennesima vittima di se stessa.
Conclusione: un sistema che si auto-sabota
Il caso Black Land è oggi molto più di un semplice processo per traffico di rifiuti. È il simbolo di un sistema che non riesce a proteggere il territorio, a punire i colpevoli, a garantire una giustizia efficace e tempestiva. È uno scandalo nello scandalo. E mentre si riparte da zero nei tribunali, il danno ambientale e sociale resta – e rischia di restare impunito.
Serve una riflessione seria, urgente, sistemica. Non si può più tollerare che in Italia, a distanza di oltre un decennio dai fatti, un processo venga annullato per un errore di competenza territoriale. Non si può più permettere che chi ha avvelenato la terra cammini indisturbato. E non si può più accettare che lo Stato si arrenda – ancora una volta – davanti alle ecomafie.

