Puglia:Il giovane calciatore morì in seguito all’esplosione di una bomba nella guerra fra clan ad Altamura. La sorella: “Delusi dallo Stato”
“Domi ucciso dalla mafia ma risarcimenti negati a causa di due lontani parenti sotto processo”
Altamura, Puglia – Una morte assurda, brutale, che ha spezzato la vita di un ragazzo pieno di sogni e talento. Domenico — per tutti “Domi” — aveva solo 17 anni. Giocava a calcio, sognava un futuro sui campi professionistici, e invece si è ritrovato vittima innocente della violenza mafiosa che insanguina la Murgia barese. È morto in un’esplosione, colpito dalla guerra tra clan che da anni si contendono il controllo del territorio.
L’ordigno era destinato ad altri. Ma a morire, quel giorno, è stato lui. Un giovane qualunque, finito nel posto sbagliato al momento sbagliato. Uno dei tanti nomi che si aggiungono alla lunga lista delle vittime innocenti della criminalità organizzata. Una storia che dovrebbe muovere a compassione, e soprattutto a giustizia. Eppure, a distanza di mesi, per la sua famiglia è arrivata una seconda beffa. Più silenziosa, ma non meno crudele: lo Stato ha negato il risarcimento previsto per le vittime di mafia.
A denunciarlo pubblicamente è la sorella maggiore di Domi, Maria, con parole piene di amarezza:
“Siamo profondamente delusi dallo Stato. Mio fratello è stato riconosciuto vittima della mafia, ma ci dicono che non possiamo accedere al fondo di solidarietà perché due nostri parenti lontani — che non abbiamo mai frequentato — sono sotto processo per fatti legati alla criminalità. È assurdo. È come se fossimo puniti per colpe che non ci appartengono.”
Secondo quanto emerso, il diniego del risarcimento da parte del Ministero dell’Interno si fonda su un’interpretazione della legge che esclude dal fondo le famiglie che abbiano anche solo parenti fino al quarto grado coinvolti in attività mafiose o sottoposti a procedimenti penali per reati di stampo associativo. Una norma pensata per evitare abusi, ma che — in casi come questo — rischia di trasformarsi in un ulteriore atto di ingiustizia.
Domi, vittima due volte
La morte di Domi aveva suscitato una forte ondata di emozione ad Altamura e in tutta la Puglia. In molti lo ricordano per il suo impegno sportivo, per il sorriso timido, per la passione che metteva in ogni allenamento. La sua squadra aveva ritirato la maglia con il numero 7. Le fiaccolate, i messaggi, le lacrime di un’intera comunità che si è stretta intorno alla famiglia, cercando di colmare un vuoto incolmabile.
Ma oggi quella stessa famiglia si sente abbandonata.
“Abbiamo perso un figlio, un fratello, un amico. E oggi ci troviamo anche a dover lottare contro la burocrazia e un sistema che, invece di proteggerci, ci discrimina,” racconta il padre, Giuseppe.
L’avvocato della famiglia ha annunciato ricorso contro la decisione del Ministero, sostenendo che la norma non può essere applicata in modo cieco e punitivo, senza tenere conto delle circostanze specifiche.
“Si tratta di due parenti lontanissimi, con cui non esistono legami affettivi o economici. Lo Stato dovrebbe premiare il coraggio e la rettitudine, non penalizzare chi ha già pagato il prezzo più alto.”
Una battaglia per la memoria e per la giustizia
Il caso di Domi solleva un interrogativo più ampio: che tipo di protezione e sostegno offre lo Stato alle vittime innocenti della criminalità? E quanto pesa ancora, nei meccanismi istituzionali, il sospetto che la “colpa” possa ricadere su intere famiglie, anche in assenza di prove o contiguità?
In molti, ad Altamura e non solo, chiedono che il Parlamento riveda le norme che regolano l’accesso al fondo per le vittime di mafia, introducendo criteri più umani e meno automatici. Perché giustizia non significa solo punire i colpevoli, ma anche dare dignità e supporto a chi ha sofferto ingiustamente.
Nel frattempo, Maria continua a portare avanti la memoria del fratello, partecipando a incontri nelle scuole, parlando ai giovani:
“Racconto chi era Domi. Non voglio che venga ricordato solo come un nome in una cronaca nera. Era molto di più. E merita giustizia, vera giustizia.”
Domi non tornerà. Ma la sua storia può ancora insegnare qualcosa.
A patto che le istituzioni decidano, una volta per tutte, da che parte stare.

