Sanità in Crisi: La Puglia e l’Arte dello Spreco
di [Cesare Bifaro]
Un disavanzo di 350 milioni di euro nella sanità pugliese non è solo una cifra su un bilancio: è la rappresentazione concreta di anni di gestione fallimentare, superficialità amministrativa e disinteresse verso la salute dei cittadini.
Per capire la gravità della situazione, basti dire che il “buco” è netto, cioè calcolato dopo gli aiuti statali. Senza quei fondi, oggi parleremmo di un collasso completo.
Invece di rafforzare ospedali esistenti o migliorare i servizi sul territorio, la Regione ha investito in progetti dal forte impatto mediatico ma dall’utilità pratica discutibile. È il caso dell’ospedale Covid alla Fiera del Levante o della fabbrica di mascherine all’ex Ciapi: 40 milioni bruciati tra simboli politici e occasioni mancate.
E poi c’è il lavanolo, il servizio di lavanderia ospedaliera finito nel mirino dell’ANAC: 50 milioni persi in un appalto contestato, che avrebbe richiesto solo una revisione più attenta. Ma si sa, la trasparenza non è mai stata il punto forte della macchina regionale.
La voce più inquietante resta però quella delle cure domiciliari mai attuate, nonostante una legge – la 405/2001 – lo prevedesse da decenni. Un approccio che avrebbe alleggerito gli ospedali e risparmiato altri 110 milioni di euro. Ma nella sanità pugliese, ciò che conviene ai cittadini raramente coincide con ciò che viene fatto.
Ciliegina sulla torta: la riconversione degli ospedali in Presidi Territoriali di Assistenza. Un’operazione costosa, in molti casi inefficace, che ha lasciato interi territori senza pronto soccorso, senza posti letto, senza garanzie.
E il cittadino? Protesta, sì, ma a voce bassa. Una rassegnazione silenziosa che qualcuno ha definito “variante pugliese della sindrome di Stoccolma”: ci si abitua al peggio e si finisce per accettarlo. O peggio, per premiarlo alle urne.
Oggi non basta denunciare. Serve memoria collettiva, controllo civico e una domanda pubblica di responsabilità. Perché ogni euro sprecato non è solo una cifra: è un letto in meno, un farmaco non acquistato, un medico costretto ad andarsene.
Se davvero vogliamo salvare la sanità pubblica, dobbiamo cominciare da qui: riconoscere il disastro, individuare i responsabili, pretendere un cambiamento.

