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Ostuni(BR):Interdittiva Antimafia alla PKT il TAR conferma la legittimità ma restano forti le criticità sul sistema di affidamento pubblico


La recente sentenza del TAR di Lecce ha chiuso, almeno sul piano amministrativo, una vicenda che ha avuto pesanti ricadute sulla vita politica e istituzionale di Ostuni: l’interdittiva antimafia emessa dalla Prefettura di Lecce nel novembre del 2020 nei confronti della PKT Srl di Campi Salentina è stata ritenuta legittima, confermando l’esistenza di gravi elementi indiziari di infiltrazione mafiosa nella gestione societaria.
Ma se da un lato la giustizia amministrativa ha fatto il suo corso, dall’altro questa storia evidenzia numerose criticità sistemiche, che meritano un’attenta riflessione, soprattutto in relazione al modo in cui gli enti pubblici gestiscono gare, appalti e concessioni di beni comuni.
Un affidamento “opaco” per un bene pubblico strategico
Tutto ha inizio nell’estate del 2020, quando alla PKT viene affidata la gestione del parcheggio costiero di Santa Lucia, su suolo comunale, per una cifra irrisoria di 500 euro. Un bene pubblico ad alto valore turistico, affidato con modalità che il TAR definisce “opache” e potenzialmente indicative di un collegamento tra l’impresa e ambienti della criminalità organizzata locale.
La sproporzione tra il valore del bene e il corrispettivo versato, unita all’assenza di trasparenza nelle modalità di affidamento, dovrebbe da sola sollevare interrogativi sulla correttezza dell’operato dell’amministrazione comunale dell’epoca.
Elementi gravi e concordanti di contiguità mafiosa
Il cuore della decisione del TAR sta nell’ampio e dettagliato quadro indiziario ricostruito dalla Prefettura:
Giovanni Taliente, amministratore unico della PKT, vanta un curriculum giudiziario inquietante: una condanna in primo grado per associazione per delinquere, turbativa d’asta, estorsione e altri reati, poi caduta in prescrizione, ma considerata comunque rilevante nel contesto dell’interdittiva.
L’uomo era già destinatario di misure di prevenzione, obbligo di soggiorno e un foglio di via per mafia emesso dal Questore di Brindisi.
Anche l’altro socio della PKT risulta pregiudicato e con carichi pendenti, e l’intera compagine societaria appare, secondo i giudici, permeabile al rischio mafioso.
Il TAR conferma che il diritto antimafia non ha natura sanzionatoria, ma è preventiva e cautelare, mirata a evitare che attività economiche, anche indirettamente, favoriscano interessi mafiosi. Ed è in questo contesto che, secondo i giudici, l’intervento del prefetto è stato non solo legittimo, ma doveroso.
Uno scioglimento per mafia e legami inquietanti con la politica locale
Dal caso PKT è poi emerso un altro nodo spinoso: l’insediamento della commissione ispettiva da parte della Prefettura portò, nel 2021, allo scioglimento per mafia del Comune di Ostuni. Nell’allora amministrazione Cavallo sedeva anche Francesco Beato, consigliere con precedenti penali e legami familiari con soggetti coinvolti nelle aste giudiziarie truccate. La presenza di simili figure nelle istituzioni locali non può essere considerata un semplice incidente, ma segnala una commistione strutturale tra politica, affari e criminalità.
Riabilitazione e assoluzioni non cancellano la pericolosità sociale
Uno dei punti più importanti toccati dalla sentenza riguarda l’irrilevanza, ai fini dell’interdittiva, di riabilitazioni o assoluzioni per alcuni capi d’accusa. Il TAR è chiaro: la valutazione della pericolosità non si basa solo su condanne definitive, ma su un complesso di elementi sintomatici, dai rapporti personali alle frequentazioni, fino ai procedimenti in corso.
La prescrizione di un reato, o la riabilitazione, non cancellano automaticamente il rischio di infiltrazione mafiosa, soprattutto se persistono comportamenti, alleanze e contesti relazionali sospetti.
Conclusioni: un sistema fragile, da riformare
Questa vicenda non riguarda solo un parcheggio o una società. È l’ennesima conferma della fragilità del sistema di affidamento pubblico, spesso incapace di prevenire per tempo l’infiltrazione di interessi criminali, e troppo incline a chiudere un occhio su segnali d’allarme evidenti.
Serve più trasparenza, più controlli preventivi, e soprattutto una politica che non sia tollerante verso l’ambiguità. Se un bene pubblico può finire nelle mani di soggetti contigui alla criminalità organizzata, con un affidamento diretto e per cifre ridicole, il problema non è solo della mafia: è dello Stato.
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