Puglia-Bari:Quando la politica calpesta la giustizia,” il caso Emiliano e l’ennesima ferita alla separazione dei poteri”
In un Paese dove ogni giorno si rivendica la centralità dello Stato di diritto, le parole del governatore della Puglia, Michele Emiliano, cadono come un macigno sull’equilibrio già fragile tra politica e magistratura. La sua dichiarazione – secondo cui l’inchiesta in corso sarebbe stata «smontata» dal Tribunale del Riesame e dunque «morta» – non è solo un’imprudenza istituzionale: è un atto grave, che mina pubblicamente la credibilità della giustizia e calpesta il principio, troppo spesso evocato ma raramente rispettato, della separazione dei poteri.
Non si tratta di un semplice scivolone dialettico. Le parole hanno peso, specialmente se pronunciate da chi riveste ruoli di vertice nelle istituzioni. Emiliano non è un cittadino qualunque, ma un ex magistrato e attuale presidente di Regione, che conosce bene – o dovrebbe conoscere – il valore della riservatezza in fase di indagine e il dovere di non interferire con l’operato della magistratura.
La reazione dell’Associazione Nazionale Magistrati di Lecce non si è fatta attendere. Con una nota ferma e chiarissima, la giunta distrettuale ha espresso «sconcerto» per affermazioni che, oltre a essere inappropriate, si basano su un provvedimento – quello del Riesame – di cui, è bene ricordarlo, non sono ancora note le motivazioni. È dunque ancor più inaccettabile che un rappresentante delle istituzioni si spinga a trarre conclusioni che neanche i giudici, al momento, hanno formalmente espresso.
Questa vicenda non è solo l’ennesima polemica tra toghe e politici. È la fotografia di una classe dirigente sempre più allergica al controllo giudiziario, sempre più incline a delegittimare, con commenti velenosi e prematuri, il lavoro di chi – tra mille difficoltà – cerca di far rispettare la legge.
La Giunta dell’ANM ha giustamente ribadito che «il rispetto, sostanziale oltre che formale, del principio della separazione dei poteri non può prescindere dalla necessità di evitare interferenze dell’uno con giudizi sommari sull’operato dell’altro». Ma il problema è che questo principio, nella pratica quotidiana del nostro Paese, viene spesso piegato alle convenienze del momento.
E allora chiediamoci: cosa resta della giustizia se ogni indagine viene screditata in piazza prima ancora che venga completata? Cosa resta della fiducia dei cittadini nelle istituzioni, se chi le rappresenta è il primo a calpestarle con dichiarazioni sprezzanti e strumentali?
Se davvero vogliamo uno Stato che funzioni, è il momento di dire basta. Basta ai politici che giocano d’anticipo per indirizzare l’opinione pubblica. Basta agli attacchi pretestuosi contro i magistrati che fanno semplicemente il loro dovere. Basta all’ipocrisia di chi invoca la Costituzione solo quando fa comodo, salvo poi ignorarla quando impone silenzio, rispetto e misura.
La giustizia non è morta. Ma è sotto attacco. E finché chi ha potere non tornerà a rispettarla, la vera “inchiesta” da aprire sarà quella su una classe politica che ha smarrito il senso del limite e dell’equilibrio

