Bari-Foggia: Il silenzio assordante di una comunità Bari -Foggia e la lenta deriva morale di un territorio assuefatto alla mafia
Di fronte a un sistema in pieno declino etico, le parole dei magistrati antimafia diventano un grido nel vuoto. E la società civile? Firma e se ne va.
“Foggia hanno perso ogni senso morale”. Non è un’iperbole né una provocazione. È la drammatica sintesi del sostituto procuratore Antonio Laronga, che descrive con cruda lucidità una realtà dove la criminalità organizzata non si infiltra più nei meandri della società: la permea apertamente, la plasma, la gestisce. A rafforzare questa diagnosi desolante, arriva anche la voce del procuratore aggiunto della DDA di Bari, Francesco Giannella, convocato in audizione alla Commissione parlamentare antimafia. Il quadro che emerge è quello di un Sud sprofondato in una sorta di anestesia collettiva, dove il marcio è visibile a occhio nudo, ma ignorato con fastidio.

Una società “compromessa” e il voto in vendita
Giannella non usa giri di parole: il “voto di scambio” non è più vissuto come un reato, ma come un’opportunità. È questa la degenerazione più preoccupante. Il cittadino accetta il denaro o il favore in cambio del voto e lo considera un esercizio di libertà, non un cedimento morale. “Nella società civile – denuncia il magistrato – si percepisce sempre meno il disvalore del voto di scambio, è sostanzialmente considerato un fatto legittimo”.
A Foggia come a Bari, il malaffare non è più confinato a qualche zona d’ombra: è un filo sempre più spesso, un sistema ramificato, pervasivo. Ed è questo che preoccupa i magistrati: la capacità della criminalità organizzata non solo di sopravvivere, ma di adattarsi e rinnovarsi, anche culturalmente.
Criminalità 2.0: violenza, social e carceri senza confini
Le nuove generazioni mafiose non si nascondono. Al contrario, mettono in mostra la loro “caratura criminale” come un distintivo d’onore. Discoteche, social network, video girati direttamente dal carcere con cellulari introdotti illegalmente: il crimine è ormai uno spettacolo, una performance condivisa e ammirata. “Abbiamo addirittura una registrazione di un ragazzo che ha ripreso le maglie del Bari appese in cella”, racconta Giannella.
I boss non temono più la detenzione. La carcerazione, anzi, è diventata un’illusione di giustizia. “Loro si prendono gioco dello Stato”, dice il procuratore. La criminalità continua a gestire i propri affari anche da dietro le sbarre. La tecnologia, la disattenzione, e – ancora una volta – l’indifferenza collettiva, hanno trasformato le prigioni in sedi secondarie delle organizzazioni mafiose.
La grande assente: la società civile
Ma forse la diagnosi più amara è quella che riguarda il cuore del problema: l’assuefazione. L’apatia. L’incapacità di indignarsi. “Abbiamo tenuto incontri nelle università – ricorda Giannella – e gli studenti erano più interessati allo smartphone che alle nostre parole. Firmavano il foglio di presenza e se ne andavano. Questa è una cosa che fa male”.
Il senso di comunità si è dissolto. Il civismo è sparito. E dove non c’è vigilanza dal basso, la criminalità si insinua, cresce, si impone. In questo contesto, anche la repressione giudiziaria rischia di diventare inefficace: senza un risveglio culturale e morale, senza un fronte sociale che affianchi la lotta dello Stato, il lavoro dei magistrati si trasforma in Sisifo che tenta di spingere una pietra troppo pesante su una montagna che frana.
Soluzioni: oltre la repressione, serve una rivoluzione culturale
La prima risposta possibile non può che essere educativa e culturale. Serve ricostruire dalle fondamenta il senso di legalità e di appartenenza. A partire dalle scuole, dalle università, dai luoghi della formazione, oggi permeati da un’indifferenza che è quasi complicità.
In parallelo, è urgente rafforzare le strutture sociali nei quartieri dove la criminalità recluta i più giovani, offrendo alternative vere: sport, lavoro, cultura, arte. Dove lo Stato è assente, la mafia diventa welfare.
Sul piano operativo, è necessario un investimento più serio nella sorveglianza carceraria: la presenza di cellulari in carcere è una falla imperdonabile, un cortocircuito che vanifica ogni sentenza. Inoltre, l’intelligence antimafia deve adattarsi a una criminalità che cambia volto: meno lupara, più consenso sociale, più propaganda.
Non è solo una questione giudiziaria, è una questione di democrazia
Le parole dei magistrati come Laronga e Giannella non sono solo denunce: sono campanelli d’allarme che ci dicono che qui non si rischia solo la legalità, ma la tenuta democratica stessa. Quando il voto è comprato, quando la criminalità detta le regole, quando lo Stato è deriso, non siamo più davanti a un problema locale. Siamo davanti a una minaccia sistemica.
La domanda che resta sospesa è una sola: quanto tempo ci resta per reagire?

