Bari:Rientro delle due agenti di Polizia Locale “Rientro in servizio tra le polemiche.Quando lo Stato chiude un occhio”
Due agenti sfiorate dall’inchiesta “Codice interno” tornano al lavoro nonostante la richiesta d’aiuto a un presunto affiliato al clan Parisi. Quali sono i limiti della giustizia disciplinare?
Bari – Sono tornate in servizio le due agenti della polizia locale coinvolte marginalmente nell’inchiesta “Codice interno”. Una vicenda che scuote le fondamenta della fiducia pubblica: dopo aver multato un automobilista ed essere state da lui insultate, non si sono rivolte ai propri superiori o alle autorità giudiziarie. No. Hanno scelto un’altra strada: quella del favore mafioso. Hanno chiesto aiuto a Fabio Fiore, considerato dagli investigatori vicino al clan Parisi.
Una mossa che le ha fatte sfiorare da un’indagine sulla rete di contatti tra ambienti istituzionali e criminalità organizzata. Ma nonostante il clamore e l’evidente gravità etica del gesto, le due sono state reintegrate. Una decisione che solleva dubbi legittimi: è giusto che rappresentanti delle istituzioni, anche solo sfiorate da dinamiche criminali, tornino in servizio senza conseguenze visibili?
Le basi della sentenza: una questione formale?
Da quanto trapela, il giudice ha ritenuto che non ci fossero prove concrete di un coinvolgimento penalmente rilevante. Le due agenti non risultano indagate né imputate, e la richiesta d’aiuto, benché gravissima sul piano etico e disciplinare, non si tradurrebbe in un reato. Il reintegro, dunque, si fonderebbe sull’assenza di misure cautelari o interdittive da parte della procura.
Ma qui non si parla solo di codice penale. Si parla di fiducia. Di integrità. Di credibilità della divisa. E allora la domanda diventa politica, morale, istituzionale: è accettabile che due pubblici ufficiali si rivolgano a un soggetto contiguo a un clan mafioso senza che questo abbia alcuna ricaduta sulla loro permanenza nei ranghi dello Stato?
La zona grigia dell’etica pubblica
Questa sentenza evidenzia un nodo profondo: la mancanza di strumenti chiari ed efficaci per valutare le condotte che stanno sotto la soglia del reato, ma che sono comunque incompatibili con il ruolo pubblico. In assenza di un procedimento disciplinare serio e trasparente, si lascia spazio a una pericolosa ambiguità. E in quella zona grigia, lo Stato perde autorità, e le mafie guadagnano terreno.
La responsabilità dell’amministrazione
Il rientro in servizio, infatti, non è solo una decisione del giudice: è anche (e soprattutto) una scelta amministrativa. Significa che chi governa la polizia locale ha ritenuto compatibile il comportamento delle due agenti con il servizio al cittadino. Significa che nessuno ha ritenuto necessario avviare un percorso di chiarimento, di formazione, o almeno di riflessione.
In conclusione: un segnale sbagliato
In un territorio come Bari, dove le mafie non hanno bisogno di sparare per esercitare potere, i simboli contano. E reintegrare due agenti che si sono rivolte a un uomo ritenuto vicino a un clan è un segnale devastante. Comunica che non serve mantenere la barra dritta, che il confine tra legalità e illegalità è negoziabile, che lo Stato può anche chiudere un occhio.
Non è una questione di condanna penale. È una questione di dignità istituzionale. E su questo, il giudizio dell’opinione pubblica potrebbe essere ben più severo di quello di un tribunale.

