Foggia: Muore dopo dimissione dal Pronto Soccorso la denuncia di un parente
LETTERA APERTA AL DOTTOR LEONARDO MISCIO, DIRETTORE SANITARIO DELL’AZIENDA OSPEDALIERO-UNIVERSITARIA «POLICLINICO-RIUNITI»
Egregio dottor Miscio,
mi scusi innanzitutto se senza conoscerla mi rivolgo a lei, per giunta in modo così «clamoroso»; ma leggendo spero comprenderà le ragioni che mi inducono a farlo. Sono un congiunto dell’architetto Fernando di Trani, che fra un paio di mesi avrebbe compiuto 73 anni, è che è morto lo scorso 15 giugno. Confido che qualcuno l’abbia già informata che Fernando, avvertendo un forte dolore conseguente a un evento traumatico che aveva subito, si era presentato al Pronto Soccorso del nostro Policlinico; che dopo diverse ore di attesa gli era stata effettuata una lastra al torace che non aveva riscontrato fratture; che in forza di questo singolo accertamento era stato rimandato a casa con la prescrizione di un antidolorifico; che tornato a casa ha continuato ad avvertire dolore ed è di lì a poco deceduto.
Come immagino potrà comprendere, il dolore della nostra famiglia si associa al dubbio che l’assistenza prestata al nostro congiunto non sia stata quella dovuta, e che la sua morte avrebbe potuto essere evitata se si fosse proceduto con maggiore diligenza e scrupolo. Naturalmente non si tratta di un dubbio che possa essere risolto da me o da lei: c’è stata una denuncia, ci sarà un’inchiesta e un magistrato si pronuncerà in merito. Sappiamo che comunque nessuna sentenza potrà ridarci la persona a cui volevamo bene, che il dolore di sua moglie, dei suoi figli e nipoti, parenti e amici tutti è al di là di ogni riparazione o sanzione. Tengo anche a dirle che, essendo mio padre stato un medico, avendo mio cugino pediatra contribuito a salvaguardare la salute di tanti bambini foggiani, avendo la moglie di mio fratello, da medico del lavoro, vegliato sull’incolumità e il benessere di tante operaie ed operai, non c’è in noi alcun atteggiamento di preconcetta ostilità verso i medici, che hanno ai nostri occhi una dignità quasi sacerdotale.
Ma allora perché le scrivo? Perché da cittadino non ho solo il dubbio che la scomparsa di questa persona gentile e in perfetta salute (la foto, dello scorso maggio, lo ritrae mentre partecipa con le adorate nipotine a una gara podistica amatoriale a Milano) sia stata causata non da una tragica fatalità o da inevitabile decreto del destino, ma da erronea valutazione umana; ho anche il dubbio, più precisamente la paura, che questo eventuale errore abbia natura potenzialmente sistemica, che dipenda da logiche e assetti organizzativi che possono in qualche modo favorire gli errori.
È un tema che ha una sua natura profondamente politica, e che riguarda per competenza anche il nostro assessore regionale alla Sanità, Raffaele Piemontese, di cui ho grande stima. Sappiamo che in tutta Italia il Servizio Sanitario Nazionale annaspa, e non solo per atavica carenza di fondi. C’è un problema, rilevante, di desertificazione della medicina di territorio: nel fine settimana un cittadino con un problema medico è sostanzialmente abbandonato a se stesso, e questo contribuisce a fare dei Pronto Soccorso un porto della disperazione, un collo di bottiglia oberato e ingestibile.
Altre Regioni hanno cercato soluzioni alternative per decongestionare la prima accoglienza degli Ospedali, e forse sarebbe il caso di sperimentarle. Tuttavia, mentre queste soluzioni eventuali prendono forma, dobbiamo occuparci dell’oggi, e questo chiama in causa l’importante incarico che le è conferito, e che sono certo lei faccia di tutto per svolgere al meglio.
Per esempio, è certamente importante il triage infermieristico. Per i profani come me, è la procedura per la quale tu arrivi, un infermiere ti chiede il motivo del tuo accesso e sulla base delle sue competenze, ti assegna un «colore» che va dal bianco al rosso in base alla presumibile urgenza. Certo, considerati i tempi d’attesa, si può parlare di un concetto di urgenza un po’ paradossale.
Non importa, bisogna fare la farina con il grano che si ha, che è scarso. Il personale medico e infermieristico dei Pronto Soccorso è sottoposto a un carico di sollecitazioni e di stress che non ha eguali in nessun’altra branca medica; e la carenza di personale è tale che spesso si deve ricorrere alla pratica –secondo molti discutibile, secondo alcuni deprecabile- dei «gettonisti», cioè di medici di specializzazione ed esperienza varia che fanno un turno per «arrotondare». La presenza di un gran numero di «accessi impropri», cioè di un ricorso all’assistenza ospedaliera non necessario non può che aggravare oltre il tollerabile i carichi di lavoro di cui parliamo.
In questa situazione, che nessuno può risolvere con la bacchetta magica, quali misure ha preso l’Azienda Ospedaliera perché la sua imponente dotazione strutturale sia utilizzata con appropriatezza? Lei mi insegna che non c’è da fare troppa filosofia di fronte alle urgenze evidenti: se arriva in Pronto Soccorso la vittima di un sinistro stradale, di un conflitto a fuoco, di un incidente sul lavoroè ragionevole attendersi che tutti sappiano cosa fare; solo che dovrebbe essere vero anche per chi presenti sofferenze non visibili itto oculi, se precedute da eventi traumatici o anamnestici che possono far sospettare il peggio.
Non mi permetto di invadere la sua competenza, ma esami relativamente semplici (dall’elettrocardiogramma ad esami che aiutino ad escludere danni ad altri organi interni.) possono –per il poco che ne capisco- essere utili, possono aiutare il medico ad avere un quadro più nitido, possono –in qualche caso- fare la differenza fra la vita e la morte. Questa attenzione e questo scrupolo, queste routine diagnostiche, sono la regola? O lei che ne sa più di me le ritiene eventuali e superflue?
Nessuno chiede miracoli, nemmeno a una struttura magnifica come il nostro Policlinico, di cui come foggiano sono orgoglioso. Ma lei può rassicurarci che, malgrado le difficoltà obiettive, il nostro Dipartimento di Emergenza Urgenza (mi pare si chiami così) è attrezzato tecnologicamente e culturalmente a far fronte alla domanda? Che cioè viene affrontato, curato e guarito ciò che è nelle umane possibilità affrontare, curare e guarire?
Ci rassicuri; non glielo chiedo per Fernando, che è ormai nella pace degli angeli. Glielo chiedo per i mille Fernando che sono ancora lì fuori. Domani potrei essere uno di loro, e in tutta sincerità vorrei che il mio destino di cittadino d’Italia e d’Europa non dipendesse dal mio luogo di nascita o di residenza. Grazie.
Enrico Ciccarelli, cittadino

