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Gargano: A distanza di tempo, le verità emergono, la strage di San Marco in Lamis ricostruita grazie al pentito Pettinicchio

Cronaca – Gargano, Puglia
Le verità, quelle scomode e insanguinate, spesso giacciono nell’ombra per anni, fino a quando qualcuno decide di parlare. È il caso di Matteo Pettinicchio, 40 anni, ex numero due del clan Li Bergolis-Miucci, oggi collaboratore di giustizia. Le sue dichiarazioni, rese lo scorso 18 febbraio al pubblico ministero della Direzione Distrettuale Antimafia Ettore Cardinali, sono ora agli atti del maxi-processo “Mare e monti”, che vede coinvolti ben 50 indagati garganici per reati di mafia, droga, armi ed estorsione.

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Pettinicchio ha gettato nuova luce sulla strage di San Marco in Lamis, avvenuta il 9 agosto 2017, quando furono assassinati Mario Luciano Romito, suo cognato Matteo De Palma e i due innocenti fratelli Aurelio e Luigi Luciani, colpevoli solo di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

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Secondo il collaboratore, ad agire sarebbero stati Enzo Miucci, capo clan, Roberto Prencipe, Saverio Tucci e Girolamo Perna. Giovanni Caterino, già condannato all’ergastolo per quei fatti, avrebbe avuto il ruolo di “bacchetta”, ovvero staffetta. “Fecero l’azione travisati con sottocaschi e spararono con fucili e mitra Kalashnikov”, ha dichiarato Pettinicchio.

Saverio Tucci, narcotrafficante manfredoniano poi ucciso ad Amsterdam nell’ottobre dello stesso anno, avrebbe guidato l’auto di appoggio, una Ford C-Max. “Miucci e Perna avevano i fucili, Prencipe il Kalashnikov, Tucci la pistola”, aggiunge il pentito, riferendo di aver appreso ogni dettaglio dallo stesso Miucci durante la detenzione nel carcere di Lanciano nel 2018.

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L’omicidio di Romito, sempre secondo Pettinicchio, era stato deciso da oltre dieci anni. La trappola fu orchestrata con freddezza: i fratelli Luciani, inconsapevoli, avrebbero indirizzato Romito verso un incontro in campagna con alcuni esponenti della “Società Foggiana”, tra cui Rocco Moretti. Lì, invece, ad attenderli c’erano i killer. Il racconto si fa crudo e diretto quando Pettinicchio riferisce le parole di Miucci dopo aver freddato Romito con un colpo in faccia: “Scapp’ mo Mario Romì”.

Le dichiarazioni, ora ufficialmente depositate agli atti del processo, riaccendono interrogativi profondi su quella che viene definita “la Quarta Mafia”, una delle più feroci e meno note organizzazioni criminali italiane, radicata nel Gargano. Una mafia silenziosa, spietata, che comunica con il sangue e il terrore, lasciando dietro di sé una lunga scia di morte.

Perché questa carneficina?
Una domanda che riecheggia nelle aule dei tribunali, nei convegni di magistrati e studiosi, tra le domande di una società civile sempre più impotente. È una questione di potere, di controllo del territorio, di egemonia criminale in un’area strategica per traffici di droga, armi e denaro.

Che segnali ha voluto lanciare la Quarta Mafia?
Colpire un boss rivale in modo così eclatante e cruento, uccidendo anche due innocenti, è stato un chiaro messaggio: nessuno è al sicuro. Il sangue è il linguaggio scelto da queste organizzazioni per imporre il terrore.

Si può davvero fermare tutto questo?
Le forze dell’ordine e la magistratura stanno colpendo duramente: 41 arresti a ottobre, decine di indagati, una fitta rete di indagini, intercettazioni e collaborazioni con la giustizia. Ma il Gargano resta una terra difficile, dove lo Stato deve ancora riconquistare fiducia, presenza e controllo.

Finché la paura continuerà a dominare la quotidianità dei cittadini, finché la legge del silenzio prevarrà su quella dello Stato, sarà difficile spezzare questa spirale. La verità, come sempre, è il primo passo. Ma serve molto di più: giustizia, coraggio e una presenza costante dello Stato. Solo così il Gargano potrà sperare in un futuro diverso.

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