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Youfoggiasport: Il lato oscuro del calcio a Foggia tra mafia, minacce e il commissariamento del club

Foggia, una città con una passione calcistica viscerale, si ritrova oggi travolta da un vortice oscuro che ha ben poco a che vedere con lo sport. Le indagini in corso da parte della magistratura barese hanno portato alla luce una rete inquietante di intrecci tra criminalità organizzata e la gestione del club rossonero, gettando un’ombra pesante sul mondo del calcio foggiano. Un terremoto giudiziario che ha rivelato una realtà già sussurrata da tempo, ma mai emersa con tanta chiarezza.

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Il provvedimento firmato dal giudice Giulia Romanazzi ha disposto il commissariamento del Foggia Calcio, ora affidato all’amministratore giudiziario Vincenzo Vito Chionna. Le motivazioni? Preoccupanti. Secondo quanto emerso, vi sarebbe un “profilo di interesse relativo ai rapporti tra criminalità organizzata e tifoseria”, con un’influenza diretta sulla sicurezza all’interno dello stadio “Zaccheria” e sulle scelte societarie.

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Il bar dello stadio, snodo del potere criminale
Tra i punti focali dell’inchiesta c’è la gestione del bar dello stadio, riconducibile formalmente a Pierluigi Lannunziata, ma che secondo gli inquirenti sarebbe di fatto nelle mani di Lucia Grazia De Martino, conosciuta come “Pummarola”, compagna di Francesco Pesante, alias “U’ Sgarr”, boss del clan Sinesi-Francavilla. Quest’ultimo è stato recentemente condannato a 20 anni nel processo “Game Over” per traffico di droga e mafia.

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Il nome della De Martino compare anche in relazione a Leonardo Gesualdo, detto “Il Vavoso”, killer latitante dal 2020, figura apicale della Società Foggiana, legata alle estorsioni e alle rapine. Un mosaico di nomi, legami e potere che si stringe attorno al club rossonero, sfruttando la passione del popolo foggiano per il calcio come leva di controllo e intimidazione.

Spari e minacce: il pentito svela la “strategia del terrore”
A rendere il quadro ancor più allarmante sono le dichiarazioni del pentito Giuseppe Francavilla, detto “Pino Capellone”, ex vertice del clan Sinesi-Francavilla. Le sue rivelazioni hanno scoperchiato un sistema di minacce e violenza che ha colpito anche i calciatori. In particolare, ha riferito dettagli cruciali sugli spari contro l’auto del difensore Davide Di Pasquale, un atto intimidatorio riconducibile a Marco Lombardi, figura centrale dell’indagine, legato al clan e – secondo quanto raccontato – in cerca di un posto di lavoro all’interno della società, per sé o per la compagna Luana Palmieri Fulgenzio.

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Lombardi non sarebbe stato un semplice esecutore: il giudice parla apertamente di una “strategia del terrore” coordinata, con l’obiettivo di piegare la società e l’intero sistema calcio foggiano agli interessi della criminalità. Minacce, intimidazioni e infiltrazioni avrebbero compromesso profondamente la gestione della squadra, rendendo ogni scelta una potenziale resa al potere mafioso.

Il calcio come strumento, non come passione
Quello che emerge è un tentativo sistemico di utilizzare il Foggia Calcio come strumento di potere, una vetrina da manipolare per controllare non solo i flussi economici legati allo stadio, ma anche il consenso sociale che lo sport porta con sé. Una squadra amata da generazioni, ridotta a pedina nelle mani di organizzazioni criminali.

Ma cosa resta dei tifosi onesti? Di chi ha sempre seguito la squadra per amore, senza secondi fini? E soprattutto, cosa farà lo Stato per difendere questo amore dalla contaminazione della mafia?

E ora?
Il commissariamento è solo il primo passo. La magistratura ha acceso i riflettori, ma occorre trasformare l’indignazione in azione concreta. Serve una bonifica profonda, non solo della società sportiva ma dell’intero ambiente che la circonda. Il calcio deve tornare ad essere un luogo di aggregazione e passione sana, non un teatro di ricatti e soprusi.

Il futuro del Foggia Calcio si gioca adesso, non sul campo, ma nei tribunali, nelle scelte politiche e nelle coscienze dei cittadini. Solo così sarà possibile restituire dignità a un simbolo che appartiene alla sua gente, e non alla criminalità.

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