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Palermo :Quando la Giustizia Scelse di Camminare tra la Gente La Rivoluzione del Pool Antimafia di Palermo

In un’Italia ancora incerta su come affrontare la piaga della mafia, ci fu un momento in cui il metodo investigativo divenne oggetto di dibattito tanto quanto i reati da combattere. Le prime esperienze di indagini “sul campo”, lontane dalla burocrazia giudiziaria tradizionale, fecero storcere il naso a molti. Alcuni superiori e colleghi delle prime squadre investigative non vedevano di buon occhio quel modo diretto, quasi “invasivo”, di affrontare le indagini. Ma quel metodo, tra lo scetticismo e l’entusiasmo, cambiò radicalmente la storia della lotta alla mafia quando approdò in Sicilia.

Fu a Palermo che quel modello trovò la sua consacrazione e, al tempo stesso, la sua più dura opposizione. Il pool antimafia, nato sotto la guida visionaria di Rocco Chinnici – assassinato dalla mafia nel 1983 – e poi affidato ad Antonino Caponnetto, si trovò spesso accusato di “turismo giudiziario”. Un’accusa grottesca, se si pensa che quell’approccio prevedeva la presenza fisica dei magistrati sui luoghi delle indagini, rompendo il muro dell’indifferenza e della distanza.

“Ci spostavamo ovunque”, ricorda Giuseppe Di Lello, uno dei protagonisti di quel gruppo straordinario insieme a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Ignazio De Francisci. “Contravvenivamo alla prassi di delegare le indagini fuori da Palermo a giudici di altri distretti, spesso estranei alle dinamiche mafiose locali. Questo nuovo metodo diede credibilità al pool e portò a risultati concreti”.

Il cambiamento non fu solo operativo ma anche culturale. “La mafia era considerata un fenomeno oscuro e impenetrabile”, continua Di Lello, “ma noi siamo entrati nei luoghi simbolo del potere economico di Cosa nostra: banche, Camere di commercio, analizzando gli intrecci societari. Abbiamo dimostrato che non era affatto impenetrabile”.

Fu quella determinazione che portò all’istruzione del primo maxiprocesso nel 1986: 475 imputati alla sbarra. Un colpo storico inferto a Cosa nostra. “Lo Stato ci aiutò – ricorda ancora Di Lello – trasferendo a Palermo investigatori di prim’ordine, molti dei quali pagarono con la vita il loro impegno. Le nostre radici affondavano nel lavoro pionieristico di magistrati come Cesare Terranova e Gaetano Costa”.

Nel novembre del 1985 arrivò nel pool anche il giovane Ignazio De Francisci, stretto collaboratore di Paolo Borsellino e, successivamente, di Giovanni Falcone. “Falcone era riservato, prudente, ma incredibilmente lucido. Da lui imparai tantissimo. Lui e Paolo si completavano perfettamente. Quegli anni furono i più importanti della mia carriera”, racconta oggi De Francisci, da poco in pensione.

Quando Falcone passò alla Procura nel 1989, nel pieno di una stagione avvelenata da polemiche e veleni interni, De Francisci lo seguì. “Non sapevo molto dei suoi dissidi con il procuratore Giammanco, ma l’ambiente era rovente. Quando Falcone se ne andò a Roma, mi ritrovai ostaggio dei suoi detrattori, ma non mi piegai”.

Tra le pagine spesso dimenticate di quegli anni, De Francisci ricorda un episodio emblematico: “Otto sostituti firmarono un documento al CSM chiedendo la rimozione di Giammanco. Un atto forte, ma il Consiglio non prese provvedimenti. Dopo la strage di via D’Amelio, fu Giammanco stesso a chiedere il trasferimento in Cassazione”.

Il ricordo più intenso rimane però quello dell’ultimo incontro con Borsellino, avvenuto il giorno prima della strage. “Era appena tornato da Roma, in anticamera ci accennò a ciò che aveva saputo da Gaspare Mutolo. Avrebbe dovuto verbalizzare tutto. Non ce ne fu il tempo”.

Oggi, a distanza di decenni, quelle scelte, quel metodo così discusso, quel coraggio di andare oltre i confini delle scrivanie, sono la base della moderna lotta alla mafia. Una rivoluzione silenziosa che ha cambiato per sempre il volto della giustizia italiana.

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